da
Storia della Valsaviore
di Franco Bontempi
Unione dei Comuni della Valsaviore - 2005 -
17

età del rame

I luoghi del rame

Gli altri metalli

I forni fusori


home page

pagina precedente

conca del lago d'Arno Valsaviore idroelettrica

pagina successiva

I luoghi del rame

I nomi delle località dove si trovava il minerale sono riconoscibili già dai nomi che sono stati ora analizzati.
Ma vi sono indicazioni ancora più precise sulle miniere e sui luoghi di scavo.

A questo punto la toponomastica diventa un po' più confusa in quanto i termini per indicare le antichissime miniere sono gli stessi per designare quelle del ferro, per cui è difficile decidere, anche se, nel caso della Valsaviore, si deve dare una più alta probabilità a quelle di rame.

E già stato fatto notare che i nomi relativi al metallo indicano che esso deriva da filoni, secondo quella che è la caratteristica geologia del massiccio dell'Adamello che presenta una serie di inserzioni nella struttura originaria.

Il nome più antico per la miniera è "bhu" ed indica originariamente la terra (22).
A Berzo c'è il "Dosbo", il dosso della miniera.
Il nome si riferì (23) anche al minatore che divenne "bonet".
Un termine molto antico è "lua o loa" che indica un camminamento più profondo.

A Berzo il nome indica esattamente la zona mineraria.
L'età dei metalli comportò grandi sensi di colpa da parte di coloro che entravano nel mondo sotterraneo, considerato il regno dei morti.

A differenza di contadini che lavoravano sulla superficie della terra, luogo fatto per gli uomini, i minatori violavano un regno che non era loro.
Dal momento che entrava nel sottosuolo la miniera era "lura", tomba, luogo dei morti.
Esiste infatti "il Dos Lura", a Cevo (24), come pure la contrada "Al Lorando" (25).

In alta montagna, nel territorio di confine tra Saviore e il comune di Pieve di Bono, vi è il monte "Loritto" in cui l'idea dell'entrare nella tomba è condivisa con l'esperienza drammatica nei cunicoli della miniera.

In un periodo molto antico lo scavo della miniera avveniva all'aria aperta, si faceva un canale e si raccoglieva il minerale (26).
Una indicazione precisa si trova in un'area mineraria sotto Saviore dove c'è una località chiamata "Nosbotol" (27) da leggere come: canale, "nos", e "botol", ristretto, piccolo.

E' interessante osservare come una grande zona mineraria del comune di Cevo si chiama "La montagna la Valle" (28).
Anche in questo caso viene sottolineata l'idea del canale.
L'effetto dello scavo produceva un incavo come una cesta o una cuna per cui la miniera veniva chiamata, "cun" e il minatore "cunt".

A questo proposito il nome "cunt" è stato letto, italianizzandolo, "conte/conti".
La forma più antica si trova a Cevo: nel 1551 viene ricordato un Pietro Contesino, mentre è rimasto il cognome Contessa.

A Ponte, nel 1645, vi è un "Bartolomeus de Contis".
A partire dal 1880 il nome è attestato costantemente a Cedegolo (29).
Il togliere il minerale dalle rocce era assimilato a strappare un ramo dell'albero.
La forma antica era "scalf", diventata poi "cav", cavare.

La forma antica si trova a Ponte nel 1465 (30). Il nome "cav" si trova in modo particolare a Cevo dove è menzionata la contrada "Cavazza" (31), Nello stesso anno è nominato un "Prat Cavagnolo".

A Demo e a Cevo si trova una forma leggermente modificata "in Carvignone" (32).
Una caratteristica delle miniere di rame era la loro lunghezza inferiore a quelle di ferro, molto più estese.

In ogni caso esse apparivano come dei pozzi, delle buche.
Il nome antico del pozzo è "gubbu", in accadico, ed è conservato a Valle nella contrada di Gab (33).
A Cevo, sempre per indicare i minatori, c'è la cognome Gabessi (34).
In un'epoca seguente, con influenze indoeuropee il pozzo venne chiamato "frear", che fu volgarizzato nella forma Frere, nome classico per le miniere.

A Ponte nel 1685 è ricordato il Campo alle Frere (35).
A Cevo vi è una località chiamata "alle Frere Judicaria".
Il nome rimanda ad una istituzione presente nel Trentino simile alla vicinia, quindi si avrebbe una proprietà comunitaria.

Di solito, almeno dal periodo romano, il sottosuolo era dato in concessione per novantanove anni.
A Berzo la località Frere si trova in un terreno percorso dall'acqua: "le moie".
Nel 1552 è ricordata "La Frera del Prandino". Nel 1740 si menziona, sempre a Berzo, "un campo vidato alle Frere" (36). Ad un certo punto Frear divenne non solo il nome del luogo, del minatore, ma di chiunque lavorava il metallo (37).
Con l'arrivo dei romani il pozzo fu chiamato "puteus", nome che, tradotto in dialetto, si trova in un'altra contrada, a Valle, "a Prapus" (38) e uno degli abitanti porta anche il cognome "Poz" (39).
A Ponte c'è il Pozzo del'Orso (40). E' interessante osservare che lo stesso luogo è chiamato "Gana fenestra", in cui si fa riferimento all'entrata della miniera. A Saviore sono ricordati i "Poz di Fabrezza" (41), il "Dos de' Pusterle" (42).

La miniera viene vista come una caverna e chiamata "Tamba".
Sempre a Ponte, nell'area appena ricordata, il luogo si chiama "Tamba dei Paga'".
A Valle, nel 1567, Simone Tambini fa una donazione alla chiesa (43).

La misurazione del materiale estratto, nel senso di una scelta tra i pezzi più ricchi e quelli più sterili, era una operazione importante, che veniva chiamata "taisare".
Il luogo della scelta era quindi lo spiazzo antistante alla miniera.

Di esso si ha notizia a Saviore dove c'è una descrizione complessa della miniera: "A Alva di sotto alla misura".
Si tratta della miniera, chiamata alva, dal greco "aulos", cavità, la quale si trova al di sotto dello spiazzo in cui si misura Nel 1754 vi è la forma "a Faval della misura", in cui il primo termine potrebbe indicare una grotta, sempre legata alla attività mineraria.
Il termine misura è ovviamente una traduzione in lingua italiana.
Originariamente si parlava di "angallu" che diventa nel dialetto della Valsaviore "angula, ongol".

Il significato accadico era quello di essere saggio nel senso di chi sa misurare e valutare gli oggetti che gli stanno davanti.
A Ponte vi è Cà Angule, che nel 1708, è chiamata "Cagangle". La grande miniera di rame dei Morti di Berzo si chiama "Angolino" o "Ongo1ina" (44).

La ricapitolazione di tutta la situazione mineraria della Valsaviore è sicuramente da ricercare in epoca romana.
In questo periodo i romani guardavano soprattutto alla ricchezza delle Alpi che stava nella sua possibilità mineraria.
Ritengo che, in quel tempo, il punto centrale della Valsaviore fosse Andrista proprio per i suoi contatti con le zone minerarie di Cevo, Berzo, Saviore e Valle.

Il nome Andrista non si lascia facilmente spiegare e la difficoltà nel trovarne il significato dipende anche dall'ignorare le vere attività che si svolgevano nella valle nell'età antica.
Luoghi con nomi simili si trovano nella Valsaviore.

La località di Ponte già analizzata, Barnas, viene chiamata Andronega, ancora nel 1800, mentre c'è in montagna, nel comune di Cevo, una località Andovaia, ma che potrebbe essere stata pronunciata Androvaia.

Inoltre c'è la contrada, le cui miniere di rame sono attestate, dell'Androla.
A questo punto il toponimo Andrista e gli altri della Valsaviore devono essere confrontati con i testi latini del primo secolo d. C., in particolare con una lettera di Plinio il Giovane che descrive una villa romana e indica (45) con la parola "andron", un corridoio chiuso tra pareti.

In questo senso il nome Andrista, che è un aggettivo e quindi suppone la parola "terra" designa le gallerie che percorrevano il territorio e che erano fatte per estrarre il rame e il ferro (46).
La traduzione corretta sarebbe "(terra fatta di) cunicoli" (47).
Anche in questo caso il nome si riferisce non solo al villaggio, ma a tutto il complesso minerario della Valsaviore e, in un secondo tempo, si è fissato in un territorio preciso.



Cevo - Saviore


Cevo


Cevo - Saviore

22) Nella zona di Poia c'è una località "Bunù". È' interessante una località tra Ponte e Saviore è chiamata "in Bonda". Si tratta di un tentativo di comprensione della forma primitiva "Bunt", che è un aggettivo che significa: minerario.

23) A Ponte c'è, nel 1548, Biti de Bonet.

24) Nel 1685 c'è un prato con delle chiusure.

25) Nel 1817 c'è un prato.

26) Una miniera simile, sempre sul versante della Valcamonica, si trova nel territorio del comune di Berzo inferiore.

27) Nel 1685 viene detto anche Nosbotal sotto il castello.


28) DOCUMENTI MINERARI VENETI: "8.6.1667. Detto loco nella montagna detta la Vale, comunale nel commun di Cevo; il suddetto (Arigoni); miniera pure di quelli metallo che si ritroveranno e questa nelle debite distanze della minera di Giacomina Canzera suddetta investita giusto l'investitura al numero 118".

"13.8.1667 ... nel monte detto Val Comunale, nel comun di Cevo ... minera di quelli metalli si ritroveranno, confina a mattina col monte Saviore, a mezzodì il monte Grio detto Cenola, a monte il monte di Sonce e quello di Garda et a sera il monte di Pes, giusto l'investitura numero 135.

E' abbandonata da molti anni in qua, il rame è di buona qualità, ma assai dispendioso il cavarlo per diverse cause e come nella nota ut supra".

Non è ben definita la seguente miniera: "4.1.1674. Posta in Valcamonica nella montagna di Cef; Zan Maria Arigoni quondam Francesco di Bergamo; miniera dimostrante vena di rame o altro metalo tra li confini giusto l'investituta al n. 269. Questa miniera è abbandonata".


29) Nel 1864 Conti Simone fu Carlo è magazziniere delle privative.

30) Si tratta di una contrada vicino al campo al Tosa.

31) Nel 1584 c'è un campo. C'è anche una forma "Cavasca" o "Coderecla".

32) DOCUMENTI MINERARI VENETI: " 20.3.1700. A Domenico Comincino et Matteo Monello habitanti nella terra di Cef tre minere dimostrante rame et ogn'altro metallo, ecettuato però cristallo, la prima nel monte di Carvignon del detto comun di Cef (a mattina la Valle del Carvignon, a sera la Val del Monte del Berz), la seconda del comun di Savior nel monte nominato Marzer dimostrante rame et altro come sopra (confina a mattina la Val Cava et parte le Selle, a sera il bosco di pagara dei sopradetto comtin et a monte la cima di detto monte), la terza dimostrante rame nei monte di Sone nella Val di Cap (a mattina Capo di Sone, a mezzodì l'aqua nominata la Val Larga, a sera et monte la cima del monte chiamato Molinelli), investitura n. 1184; non sono andanti né da alcuno lavorate".

33) Nel 1564 c'è un prato.

34) Nel 1554 è ricordato Zuan.

35) " Pagano un livello gli eredi di Maria del fu Manfredo Magnini. Si tratta di un campo di venti tavole e paga un livello di una quarta di segale, un'altra di formento e tre libre e mezza di formaggio.

36) Proprietà di Cristoforo del fu Batta Rampone.

37) "Nel 1727 il frer di Ponte costruisce chiavi e serrature, mentre a Demo i Bianchi, provenienti da Malonno, sono chiamati Frer . A Grevo, nel 1790 c'è Simone Pedretti della Frera.

30) C'è anche la forma "a Prapusei", dove c'è un prato nel 1685.

39) Comino fu Maffeo de' Poz sposa Catarina delli Tosi il 14.7.1567

40) Nella stessa contrada c'è una pista per far scendere il legname chiamata "menador del Pozzo dell'orso".

41) Nel 1685 c'è un prato.

42) L'idea della buca è espressa anche dal latino "fovea", nella forma Fobio, che anticamente veniva pronunciata in forma accentata "Fobiò". A Ponte, nel 1629, vive Jo Maria Fossino.

43) Nel 1465, sempre a Valle sono ricordati gli eredi di Joanino fu Martino Tambini.

44)Nel 1554 la località è definita contrada di Nongolino.

45) Epistola 2,17, 22 "Junctum est cubiculum noctis et somni. Non illud voces servolorum, non maris murmur, non tempcstatum motus non fulgurum lumen, ac ne diem quidem sentit, nisi fcnestris apertis. Tam alti abdicitque secreti illa ratio, quod interjacens andron parietem cubiculi hortique distinguit atque ita omnem sonum media inanitate consumit".

(C'è unita la camera per la notte e il sonno. Lì non si sentono le voci dei servi, non il mormorio del mare, né il movimento delle tempeste, né la luce dei fulmini, né ci accorge del giorno se non con le finestre aperte. Il motivo di un ambiente talmente segreto sta nel fatto che c'è un corridoio (andron) che separa la camera dall'orto e così ammortizza ogni suono con questo vuoto intermedio).

46) Che l'appellativo "miniere e gallerie" fosse una designazione antichissima della Valcamonica è rilevabile nel nome Lovere, che in dialetto si dice "Luer", il nome esatto delle miniera (Lua/Loa). Il viaggiatore che percorreva la Vai Cavallina e arrivava allago, incamminandosi per la valle, vedeva "luere", gallerie. Tale nome è molto precedente alla definizione romana di Res publica Camunnorum.

47) DOCUMENTI MINERARI VENETI: "8.7.1708. A Zuan Pradella una miniera dimostrante rame et altro che si puotesse ritrovar nei comun di Cevo nei luogo detto Andrista nei monte di l'Andrevena, confina a mattina la Valle dell'aqua che passa per detta Andrista, a mezzo giorno la strada che va a Berzo et campi della Torre, a sera la Valle dell'aqua dei monte Berzo e Demo, a monte il detto monte dell'Andrevena, investitura n. 1202: Giovanni Maggione vi ha cavato, ma l'ha abbandonata".



Cevo


Cevo


Cevo



Gli altri metalli

La fusione del rame è praticamente contemporanea a quella dell'argento e dell'oro.
Una volta scoperta la trasformazione della materia, ogni pietra poteva essere cotta.
Se la presenza del rame è ormai assodata per la Valsaviore, rimane da rilevare la consistenza di altri minerali.

Che essi esistessero erano convinti i cercatori dell'Ottocento e del Novecento (48).
In ogni caso è normale che un minerale, predominante in un filone, sia mescolato ad altri.
Purtroppo di tutto questo rimangono poche testimonianze.

Ancora una volta si deve far ricorso alla toponomastica.
A Ponte è ricordata, nel 1465, una località chiamata "in li Rilicaspi o de' Locis".
Il secondo termine ricorda un bosco, ma il primo termine rimanda a un composto "rili" e "caspi".

Il secondo è un termine ricorrente in tutto il medioriente: "kaspu", si tratta dell'argento, un metallo indicato come pallido rispetto al rame e all'oro.
Nella notizia riportata in nota si parla di una signora "o monica" che avrebbe fatto analizzare la sabbia aurifera.
In realtà la notizia ha un fondamento, ma è stata fraintesa.
Non si tratta di una monaca, ma di una ricca famiglia, Monica, operante anche a Ponte e a Fresine, coinvolta nella lavorazione dei metalli.

Deve essere stata tale famiglia a interessarsi delle tracce d'oro, in età moderna, quando ormai i filoni erano in via di estinzione.
Una traccia dell'oro, detto anticamente "zam", si trova in un riferimento del 1685 nella contrada "ali Zampatti".

Rimaneva misterioso, fino a poco tempo fa, come poteva essere prodotto il bronzo non trovando giacimenti di stagno.
E'vero che nella forma più antica la lega per produrre il bronzo era formata da arsenico e rame.
In ogni caso tracce di filoni di stagno sono state trovate sulle montagne di Ceto.

Per quanto riguarda la Valsaviore vi è una debole attestazione nella toponomastica.
Nel 1720, Cevo, è ricordata la contrada della Tezza o "Licasisi" il cui nome rimanda all'indoeuropeo "kassiteros", stagno.

Del bronzo non rimane particolare ricordo. Vi è un accenno a Valle nel Monte Bronze. Qualora si deve rifondere le campane si fa ricorso, in età moderna, a Clusone (49).



Saviore-Baulé


Cevo


Sessola-monte Elto



48) "1811. Varietà di notisiole raccolte dai notai Cristoforo Boldini di Saviore e Giacomo Gaetano Pedercini di Malegno. .
. .In questa comune di Saviore trovasi dei mucchi di bellissima e minutissima sabbia tutta brillante e lucente di minuta scaglia di color d'oro e d'argento comoda per chi scrive e bella per poco che si purifichi dalla parte troppo farinosa e minuta.

In questa comune di Saviore pure trovasi una roccia i cui rottami di pietra di color nerastro sono pesantissimi assai più che se contenessero del ferro o piombo: in essa roccia evvi come un'antro o antica cava da dove secondo una memoria scritta sui registri comunali di Saviore una certa signora o monica fece levare un poco di quel materiale e fattoselo recare a Brescia lo fece analizzare e vi scoprì dell'oro, dell'argento, della marchesetta, del zolfo ed altri fossili prinicipi assai belli, ma però in sì poca quantità che non regge e compie la spesa".


49) Nel 1612 la campana di Saviore viene inviata, per la rifusione ai Fanzaghi di Clusone. Mezzo secolo dopo si ripresenta il problema e questa volta della campana s'interessa il Castelnuovo di Cedegolo.
Vicinia di Saviore, deliberazioni ad annum: "Saviore 28.12.1674. Avendo mancato il sig. Andrea Castelnovo del Cedegolo al debito assontosi nella scrittura di vendita fatta da questa vicinia allo stesso del bosco al Pesce e Blivia Longa di proveder il metallo per la facitura della campana perciò fu proposto da consoli di mandar parte di eleggere persona con la facoltà alla medema di scodere dal suddetto anco in via giuridica quel tanto fu convenuto ed accordato in essa scrittura".


I forni fusori

L'aspetto rivoluzionario della metallurgia non sta tanto nel lavoro minerario, ma nell'opera di trasformazione del minerale nel metallo attaverso il fuoco.
L'abilità del metallurgo era proprio quella di conoscere i tempi della fusione e di ottenere un prodotto "buono" come si diceva in Valsaviore, cioè libero da scorie.

I forni, almeno nei priimi millenni, erano ben poca cosa rispetto ai grandi forni medioevali e per nulla comparabili a quelli moderni.
In ogni caso il lavoro del fonditore era qualificante anche in confronto a quello degli agricoltori.

I primi seguivano i ritmi del dì e della notte, mentre gli artigiani seguivano la colata anche durante le ore notturne, non essendo così più dipendenti dalla natura.
I fuochi accesi nei boschi brillavano nella notte preistorica ed erano paragonati a dei piccoli soli.

In ogni caso, per i primi mettallurghi, il lavoro del fonditore e del minatore non erano separati.
In fondo tutti e tre i livelli della metallurgia, l'estrazione, la fusione e la lavorazione del metallo, erano fatti dalla stessa persona.
Solo in un periodo molto avanzato le tre attività si divisero.



Cevo


Valsaviore


Cevo



conca del lago d'Arno
home page
Last updated 17.9.2006