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Storia della Valsaviore
di Franco Bontempi
Unione dei Comuni della Valsaviore - 2005 -
26

età del rame

Gli attori della danza

La cerimonia del "badalisc" ad Andrista

Le divinità


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Gli attori della danza

Non è possibile seguire le evoluzioni dei movimenti della danza, ma in realtà la composizione del gruppo era assai semplice: si trattava di un movimento di sei danzatori, uno dei quali svolgeva la funzione di conduttore del gioco.

Quest'ultimo, sesto danzatore, guidava il gruppo fino al ritorno al di fuori del luogo sotterraneo, fino alla luce.
Come apparirà nel seguito della trattazione il compito di leader nella danza non era affatto scelto a caso, ma la struttura stessa dell'autorità nella comunità esprimeva il suo vertice nel corego.

Anche per i danzatori i nomi sono stati cambiati frequentemente a seconda della civiltà che si presentava.
Un nome antico è "glisentes", in cui si combina il nome "lurizentes", i danzatori, e "grigna", la gru, il cui movimento è da essi imitato.
Tale nome esiste in modo costante in tutto il crinale orientale della Valle, coinvolgendo anche la Val Trompia.

Esiste in un periodo antico anche a Cevo(52).
A Monte in epoca romana e medioevale, in cui la danza viene chiamata "jocus", compare un cognome personale "Socrates", che in realtà sarebbe da leggere "zocrates" coloro che eseguono la danza (53).

L'atteggiamento dei danzatori è rappresentato da due cognomi presenti a Grevo: Pezzucchi (54) e Pedretti (55).
Il primo indica appunto la danza in cui si solleva il piede, il secondo la posizione del piede stesso. Alla fine il singole danzatore fu chiamato "tambalant" (56).

Il ruolo fondamentale era comunque quello del corego, che, secondo la mitologia greca, svolgeva il compito di Teseo, cioè liberava i giovani ateniesi dalla caverna del Minotauro.
Per i minatori il corego portava fuori coloro che si erano resi colpevoli di aver violato il mondo dei morti.

Dal momento che il ceto dei lavoratori dei metalli costituiva la comunità originaria, il suo servizio era da vedere come rivolto alla sua comunità di cui, proprio per questo merito, ne diventava il capo.
Non è estranea a questo modo di pensare la considerazione che aveva in questa cultura l'idea di guarigione e di salute a cui contribuivano le conoscenze dei fabbri.

Anche in questo caso non è attestato il nome originario, ma la sua traduzione in epoca romana.
L'appellativo più antico è "manduc", colui che conduceva per mano gli altri danzatori (57), ma sicuramente il termine più importante è "sixtus", il sesto, da intendersi come colui che guida il gruppo, formato da sei danzatori.

E' importante osservare che se tale denominazione è diventata il cognome di una grande famiglia di Saviore, i Sisti, tuttavia essa si riferisce a realtà molteplici distribuite in tutto il territorio della Valsaviore (58).

Sixtus originariamente era un titolo funzionale, che diventerà, in epoca romana, quello dei sexviri, sei persone che avevano la responsabilità della comunità e, nella vicinia, i sei uomini della danza diventeranno i reggenti.



52) C'è infatti una località in alta montagna chiamata Costa Glisentina. Ad Andrista, nel 1599, c'è un Glisente di Gio e Stefana.

53) Albertino fu Francesco Socrates è ricordato nel 1633.

54) Il rapporto con la danza è confermato da Giovan Pezzucco detto il Balarino. Nel 1619 è ricordato Pietro figlio di Marco Pezzucchi. Lo stesso nome si trova in una contrada di Grevo: "alle Pezzucche".

55) Nel 1656 è ricordato un mastro Pietro. I Pedretti saranno poi presenti nel lavoro minerario della Valle di Paisco e in quello metallurgico a Bienno.

56) Zohan Tambalant de Cevo lavora nei mulini di Nadro nel 1598.

57) A Grevo sono ricordati, ancora nel 1701 gli eredi di Manducho.

58) Grevo c'è la contrada di Sisto, dove c'è un prato e un fienile, come pure le Foppe di Sisto, inoltre il Valzello di Sesto. A Cevo c'è la chiesa di san Sisto e la contrada relativa.



Cevo - Saviore


Saviore


Cevo - Saviore



La cerimonia del "badalisc" ad Andrista

L'unica grande cerimonia conservata in età contemporanea e risalente almeno al terzo millennio a.C. è quella celebrata il cinque gennaio ad Andrista e chiamata del "badalisc" (59).
La permanenza di un rituale di cinquemila anni fa resta ad onore degli abitanti di Andrista, ma conferma anche la profondità delle tradizioni preistoriche nonostante la volontà distruttiva del cristianesimo e, in particolare, della Controriforma.

Il passare del tempo ha fatto smarrire molta parte della cerimonia, soprattutto nella sua parte recitata e musicata, per cui rimane solo il grande serpente che ogni anno percorre le strade del villaggio.

La figura del serpente è comunque ben definita ed è sicuramente il centro della cerimonia antica (60).
Da aggiungere a questo ci sono alcuni particolari provenienti dalla toponomastica: tra Pozzuolo e Fresine vi è il canale del "Luserdù", del lucertolone.

A Cevo vi è una località che ricorda l'aspide: "a Ptia".
Sebbene tali tracce siano molto labili, è necessario ritornare proprio al nome della festa: "badalisc" (61), in realtà una forma volgarizzata di "basalisc".

In questo senso deve essere confrontato con l'antico linguaggio dei camuni in cui esiste la forma "bashalum", cuocere.
Colui che cuoce è il fonditore e quindi si tratta di una antica festa degli artigiani dei metalli.

Resta il problema del perché questi artigiani abbiano scelto il serpente. Anche qui bisogna far riferimento all'antica metallurgia.
Trattandosi di piccoli forni il prodotto usciva in rivoletti, in cui si formavano piccole asticciole di metallo le quali avevano appunto la forma di serpente (62).

Il serpente portato in giro dai fonditori era quindi il simbolo della loro produzione.
Il fatto che fosse enorme corrisponde alle attese di coloro che lavoravano, i quali speravano di trovare un filone abbondante per poter produrre tanto metallo e così guadagnare.

La cerimonia si svolge ad Andrista che, nella primitiva geografia urbanistica dell'età del rame e del bronzo, si trova immediatamente a lato del pentagono considerato la terra originaria dei camuni.

La separazione tra vita quotidiana e cerimonie religiose è caratteristica della divisione dello spazio da un punto di vista mentale di questi artigiani.
Andrista, in questo tempo, non era ancora abitato ed appariva come un territorio attiguo in cui svolgere funzioni religiose.

Le scarse informazioni non permettono di rispondere alla domanda se la cerimonia del "badalisc" sia una delle espressioni della danza del popolo camuno.
In ogni caso il gruppo di sei danzatori guidato dal corego si snodava lungo i corridoi del labirinto per cui l'andamento sinuoso poteva essere interpretato come il movimento del serpente.

Per quanto riguarda uno dei luoghi più vicini, la Franciacorta, dove si ripete la cerimonia, non si deve dimenticare che, durante l'età del rame, i commerci tra la Valsaviore e la pianura sono confermati dai ritrovamenti di Remedello.

Non è difficile pensare che tali scambi abbiano comportato anche feste comuni.
Il fatto che la festa si svolga all'inizio dell'anno, forse il primo giorno dell'anno, corrisponde alla centralità dell'anno solare nella sensibilità particolare dei camuni (63).

Inoltre il ricordo del forno fusorio, piccolo sole, sottolineava la possibilità di riscaldamento, anche in un momento di debolezza dell'astro solare.


59) Rituali analoghi sono conservati in Franciacorta, a Carbon, in Carnia, a Talzerwurm in Austria e Stoilwurm in Svizzera.

60) Intorno a questo personaggio si raccontano particolari che non si capisce se non siano altro che frutto di letture, narrati per gli appassionati di passaggio.

61) Spesso è interpretato secondo una lettura greca "basiliscos", regale, ma non porta avanti la comprensione di un passo dal momento che si tratta di una processione, non di un insediamento regale.

62) In Grecia si chiamavano "obeloi" e furono usati nelle transazioni commerciali prima della moneta. Che ci sia un rapporto tra coltivazione del rame e forma del serpente è testimoniato, in presenza di grandi miniere di rame, come il Sinai, dal ricordo del serpente di rame che Mosè eleva su un bastone durante l'esodo.

63) La scelta del cinque di gennaio può apparire come una prima ripresa dopo il solstizio d'inverno dal quale erano passati quindici giorni. In questo senso il sole aveva invertito la rotta di caduta e stava riemergendo.



Saviore-Baulé


cima Buciaga


Sessola-monte Elto





Le divinità

Nonostante le numerosi attestazioni dei primi artigiani risalta il fatto che non ci sono indicazioni particolari di divinità.
Esse sono presenti durante l'età del ferro e possono aver un fondamento anteriore, ma nel periodo antico non risultano entità particolari.

In questo senso, a differenza del mondo di considerare lo sviluppo religioso da parte degli storici delle religioni, le lavorazioni non devono aver avuto alcun carattere sacro, ma semplicemente viste come produzione di beni per la vita quotidiana.

Nello stesso periodo non appare neanche una complessa gerarchia religiosa.
Il solo sacerdote a cui si fa accenno è denominato "kumaru" e il suo ricordo è attestato esclusivamente a Deria nella località "al comera".

L'unica divinità a cui si fa riferimento è la dea madre del periodo neolitico.
L'attestazione più precisa si trova nel Pian della Regina (64).
Nel 1551 essa viene chiamata "Monte detto Magno ossia Stablo di Fà".

Il nome è di origine latina e quindi risale all'impero romano: la parola "stabulum" indica in questo caso la residenza di Fà (65).
Anche nel caso di Fà si tratta di un adattamento alla pronuncia di una forma "Bha", il nome della dea madre.
In questo senso il Pian della Regina era la montagna sacra già dei neolitici, ma ritenuta tale anche dai nuovi artigiani.

Nonostante l'atteggiamento conservatore della religiosità dell'età del rame e del bronzo alcuni cambiamenti avvennero.
Essi sono riconoscibili durante l'età del ferro, ma le fondamenta erano già state poste.
In realtà la dea madre aveva un carattere ambiguo era la dea della vita, ma anche della morte, era benevola, ma anche punitrice.

Tale ambiguità la rendeva in un certo senso bifronte.
Tale aspetto entra in rapporto con la diversità della sensibilità dell'età dei metalli rispetto al neolitico.

Se quest'ultimo era incentrato sull'immagine della donna che lavorava i campi e rappresentava la fertilità della terra, la cultura dei metalli era essenzialmente maschile: il minatore e il fonditore erano uomini e la loro cultura non aveva niente a che fare con la fertilità della terra, anzi in un certo senso la privava di alcune sue parti per trasformarle in metallo.

Un poco alla volta la dea madre perde così la sua centralità a favore di un dio maschile, che riassume il mondo e il modo di vivere dei metallurghi: il dio Agni, il dio del fuoco.
Anch'egli conserva l'ambiguità della dea madre, è bifronte, è il dio della guerra e il dio della pace, quello che guarda al di là dei confini, per impedire cattive entrate, e all'interno per arricchire, mediante il fuoco, coloro che lo onorano.

Il nome è ancora "Bha", ma ha caratteristiche diverse. La sua presenza si farà sentire più chiaramente nell'ultimo periodo dell'età del bronzo.
In ogni caso nessuno tolse la residenza alla grande regina.

Un riferimento ad una nuova divinità c'è nel nome del monte accanto al Pian della Regina che si chiama monte "Paret", parente, in riferimento alla dea madre, ma, in questo modo, l'assoluto potere della dea era messo in discussione.



64) Naturalmente il nome è una traduzione italiana dell'appellativo di una divinità più antica.
Alcuni spiegano tale denominazione con il riferimento alla mucca migliore che raggiungeva l'alpeggio.
Non esiste documentazione di tale appellativo nei documenti vicinali. Il nome re era, in ogni caso, attribuito al toro.
Il fatto comunque che la dea madre fosse rappresentata come una mucca non è affatto urtante per la mentalità antica. Basta ricordare la dea Hator in Egitto.

65) Stablo di Fà ricorre come località anche nell'Ottocento e indica un bosco. A Grevo vi è un Campo di Fa.
.... "pora szèt cevvo" ....


foto Anaconda (dal cronista)




Saviore dell'Adamello


Valsaviore


pian della Regina



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Last updated 6.9.2006