da
Storia della Valsaviore
di Franco Bontempi
Unione dei Comuni della Valsaviore - 2005 -
49

L'Ottocento


La fine di un epoca

Il primo Ottocento

Il regno Lombardo Veneto




Il regno d'Italia -- L'economia in Valsaviore durante l'Ottocento -- Cedegolo: Dai Cevis agli Zitti

Berzo Demo: il Forno d'Allione -- Andrista: le fucine -- Le fucine di Demo

Fresine: il registro dell'osteria -- Immigrazione ed emigrazione -- L'immigrazione



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conca del lago d'Arno Valsaviore idroelettrica

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La fine di un epoca

L'Ottocento segna l'entrata nella storia contemporanea di tutta l'Europa.
Pur iniziando con la vittoria napoleonica, conobbe un lungo periodo di governo austriaco, seguito dalla formazione dello stato nazionale.
Partecipando a tutte queste evoluzioni, che coinvolsero a diverso titolo anche la Valsaviore, tuttavia, le Alpi dispiegarono dinamismi che appartenevano alla loro peculiare evoluzione della società e dell'economia.

Sicuramente la seconda metà del secolo fu uno dei periodi più difficili per la vita della montagna in quanto le attività, che nei tempi precedenti avevano sostenuto l'economia, si erano esaurite e non si vedeva alcuna via d'uscita.
Non restava altro che l'agricoltura che non poteva rispondere alle necessità alimentari in una situazione normale, ma che certo non poteva resistere davanti al triplicarsi della popolazione rispetto al secolo precedente (1).

Non rimaneva quindi altra soluzione se non l'emigrazione.
In realtà il crollo dell'economia montana era cominciato ancora nel Settecento, ma era diventato concreto nei primi trent'anni del secolo.
Il periodo napoleonico con le sue guerre aveva per un momento esaltato la siderurgia, ma, finita l'esperienza, man mano si ritornò alla crisi generale che esplose negli anni trenta e distrusse tutto l'apparato artigianale.

Tale crisi in primo luogo eliminò il sistema sociale ed economico che si era formato alla fine del Cinquecento e che si era andato aggregando intorno alla Controriforma.
E' vero che le antiche famiglie avevano saltato il fosso, adottando i principi illuministici portati dalla rivoluzione francese e sfoggiando un anticlericalismo di facciata, ma erano proprio i fondamenti che non tenevano più in quanto basati sulla spartizione di fatto della Valle, con il tacito consenso della repubblica veneta, sulla gestione della sicurezza pubblica con il banditismo e sulla limitazione sempre più opprimente delle vicinie.

Oltre a questa politica vera e propria esisteva anche un sistema di rapporti familiari del tutto discutibile.
I matrimoni erano impostanti esclusivamente a seconda del peso economico dei soggetti, al di là delle loro capacità mentali.
Inoltre in una Valle piccola dopo due secoli di tale procedure erano diventati tutti parenti e sorgeva il pericolo di vere e proprie degenerazioni che si realizzarono nell'Ottocento impedendo di fatto una gestione intelligente dei patrimoni.

Infine, nella logica economica dell'antico regime, i capitali erano investiti nella rendita agricola, che, crollando, lasciava la situazione senza via d'uscita.
Non vi era alcun interesse scientifico, ma al massimo i rampolli erano indirizzati alla professione di avvocato o notaio, nel momento in cui tutte le leggi stavano cambiando.

In ogni caso la crisi delle famiglie aristocratiche lasciò un vuoto difficilmente colmabile poiché gli artigiani avevano affidato a quest'ultime tutti i rapporti commerciali per cui, finiti i vecchi mercanti, non c'era più nessuno che poteva sostituire il tessuto commerciale e, sinceramente, tale realtà non appare presente nemmeno ai nostri giorni.

Quello che più colpisce nelle vicende di tutta l'età moderna è l'assenza completa dello stato.
L'unica differenza rispetto ai periodi precedenti sta nel fatto che, almeno a partire dal periodo napoleonico, vi fu una maggior presenza dello stato per il mantenimento dell'ordine pubblico, anche se non cessò immediatamente il banditismo (2).

Anche il nuovo stato nazionale non seppe trovare la capacità di risolvere i problemi della montagna e lasciò che l'emigrazione assumesse forme bibliche.
Il crollo del sistema della Controriforma ebbe come conseguenza anche un profondo disorientamento religioso che si prolungò per tutto l'Ottocento e che si aggravò con il regno d'Italia.

Le popolazioni alpine avevano perso le loro tradizioni preistoriche, sradicate dall'inquisizione, ma non avevano nemmeno più le fragili strutture dei due secoli precedenti.
Tuttavia davanti alla insensibilità della borghesia liberale verso il ceto contadino, fu proprio la Chiesa a cogliere le potenzialità che in un sistema democratico offrono le masse, dal momento che ogni testa è un voto e che quindi la partecipazione del popolo sarebbe diventata prima o dopo determinante.

In questo modo di valutare la realtà politica vi era una convergenza con il movimento socialista nascente che pure contava sulla classe operaia.
Tutto ciò diventerà realtà nel Novecento, ma nell'Ottocento il futuro appariva del tutto oscuro e l'unica alternativa era quella di lasciare la propria Valle per paesi lontani.



1) Tutto questo è confermato dal rilevamento del 1868: Grevo, abitanti 864, Berzo 970, Cevo 1000, Saviore 1017.

2) Anche nell'Ottocento proseguono i delitti, con minore recrudescenza rispetto ai due secoli scorsi.
Il 24. 1.1803 è ucciso a Berzo il parroco di Malonno Carlo Cattaneo. Sempre a Berzo è percosso con un rastrello Bartolomeo fu Giovanni Funi il 26.4.1831.
Nel 1851 è condannato Giovanni Ricci per ferimento.
Una situazione strana viene narrata a proposito di don Stefano Zendrini, considerato pazzo:

"Zendrini Don Stefano di Valle 1753-1814, La tragica pazzia di questo parroco (dal manoscritto di Boldini Cristoforo):

"Il Curato di Valle di Saviore, Zendrini, (ora di Cedegolo) uomo di buon talento ed abilità, avendo patito naufragio nel lago Benàco, per cui di circa cento persone egli solo ed un altro a gran stento salvarono la vita, ebbe patema di animo che tra poco diventò forsennato.
Nei momenti della prima pazzia che ancora non era apertamente scoperta uccise una sua bella nipote.
Fissatosi in mente che questa gli aveva involato delle ostie consacrate dalla custodia, stabilì di non credere alle sue smentite, se non giurava ai piedi dell'altare, onde essa per persuadere il R. Zio della propria innocenza, si determinò di recarsi sul luogo preteso da esso a farne giuramento e nell'atto che ne chiamava Dio in testimonio della verità, lo zio impugnò un coltello, che erasi segretamente seco portato, e pugnalatala alli precordi, in poche ore morì.
Fuggendo allora il prete con indizi manifesti di pazzia, e con tal quale determinazione di volersi affogare, a gran stento fu preso dai Parrocchiani che lo inseguivano.
Allora venne custodito in luogo chiuso (si indica ancora a Valle la casa denominata della Platina, ossia Simoni, dove visse il povero pazzo!) dove è circa 40 anni che sano e vegeto trae i suoi giorni quasi in continua pazzia contando ora (1842) circa 95 anni di sua età essendo egli nato nel 1745".



Cevo - Saviore


Cevo


Cevo - Saviore



Il primo Ottocento

La presenza napoleonica in Valcamonica può essere valutata sotto diversi aspetti non del tutto convergenti.
In primo luogo realizzò i sogni dei protoindustriali per cui i fonditori ebbero a disposizione tutti i boschi per fare carbone, indipendentemente dalla tutela delle comunità.
Questo era anche propiziato dalla richiesta di produzione metallurgica per le armi delle guerre napoleoniche.

In realtà non si trattava di una produzione di grande qualità, ma c'era una forte richiesta di materiale di ghisa prodotto direttamente nei forni piuttosto che lavorato nelle fucine.
Per i primi quindici anni il sistema sembrò reggere, ma dato che non era fondato sulle reali possibilità della Valle, si ebbe un crollo completo della produzione.

L'altro aspetto dell'intervento francese fu l'abolizione delle vicinie nel 1806 e la sostituzione del comune moderno (3).
All'inizio il cambiamento non fu così avvertito, ma col passare del tempo venne alla luce.
Le comunità resistettero fino agli anni trenta, ma poi dovettero cedere.

La differenza tra la vicinia e il comune moderno sta nel fatto che nello stato napoleonico il comune è l'ultimo ingranaggio del ministero degli interni.
Esso è regolato da una legge generale, per cui viene tolta alle comunità ha possibilità di darsi dei regolamenti precisi e di decidere come meglio si crede nelle diverse situazioni.

In questo senso le popolazioni non si sentono più responsabili del proprio territorio ed inizia un progressivo abbandono della montagna che si traduce anche nella dimenticanza dei nomi dei luoghi che prima erano frequentati.

Il clima di tensione si riflette all'interno delle comunità:
il due nevoso dell'anno decimo della repubblica viene emessa una circolare che proibisce l'uso delle maschere durante il carnevale, mentre un'altra proibisce l'uso dei "roncaì o podetti", che venivano sfoggiati nelle feste.

Molti giovani parteciparono alle guerre napoleoniche, e una volta caduto Napoleone furono fatti prigionieri dall'Austria (4).



3) Nel nuovo comune che si era formato nel 1808 a Demo il sindaco è Domenico Bernardi.

4) Nel testamento di Bortolo fu Maffio Rossi, di Ponte, del primo aprile 1808 si ricorda che tra i vestiti della sacca di Andrea, figlio di Bortolo, vi è "una biancheta verde.., per aver rivestito il guerno per essere militare e un crosato e un per di braghe", non dovevano essere buone perché non furono conteggiate".



Saviore-Baulé


Cevo


Sessola-monte Elto





Il regno Lombardo Veneto

La sconfitta di Napoleone e la vittoria dell'Austria in realtà fu anticipata in Valcamonica all'ottobre 1813 quando le truppe austriache entrarono dal Tonale e fu vista semplicemente come un ritorno al passato.
In realtà non fu proprio così.
Già l'imperatrice Maria Teresa aveva introdotto delle riforme rispetto alle strutture politiche seicentesche, inoltre gli austriaci non avevano alcuna intenzione di ritornare al regime delle vicinie. Anch'essi adottarono una struttura comunale simile a quella napoleonica.

Ogni comune era rappresentato da una deputazione di tre possidenti, scelti dal consiglio comunale o convocato: la nomina dei consiglieri era fatta dal commissario distrettuale che risiedeva a Edolo.
In questo non c'era più nulla della assemblea di tutto il villaggio. Si deve anche sottolineare che i funzionari austriaci in realtà erano lombardi e segnatamente bergamaschi, dal momento che raccogliendo un'esigenza dei protoindustriahi, la provincia a cui fu aggregata la Valcamonica fu Bergamo appunto.

Analizzando attentamente le scelte che essi facevano nella cause presso il tribunale di Edolo, si nota che le procedure non era del tutto limpide e, nel caso specifico della politica di trasformazione della Valcamonica in esclusivo mercato delle materie prime, sostenuta con forza dal Gregorini (5), i commissari avvantaggiarono quest'ultimo nei confronti dei diritti comunitari.

Quindi, nonostante la proclamata diversità rispetto al governo napoleonico, la politica austriaca si avviò sulle stesse strade.
L'impero scelse la via di cooptare i notabili, e gli aristocratici camuni, con la solita giravolta, divennero austricanti.

L'appoggio dato alla Chiesa, ma entro confini precisi, e il sostegno al mondo contadino offrirono agli austriaci l'accettazione da parte delle popolazioni montane fino al 1846, quando, in seguito alla carestia degli anni 47- 48, avvenne un distacco completo.

Anche il governo austriaco seguiva la procedura di mandare lontano i soldati camuni per il proprio periodo di coscrizione (6).
Un primo scossone alla struttura politica della restaurazione fu dato dalla rivoluzione del 1848-1849.
Per gli avvenimenti di quei giorni vi sono due punti di osservazione: Ponte e Cedegolo.

Nelle circolari del governo provvisorio, distribuite in tutti i comuni e custodite a Ponte, il 6 aprile 1848, si comincia a chiedere un contributo per gli orfani dei militari caduti, il 15 luglio si ordina un prelevamento generale in natura e degli effetti d'oro e d'argento.

Si invita a un plebiscito a favore del Piemonte e si costituisce la guardia civica (7).
Da Cedegolo passano le truppe che vanno al Tonale che risulta essere il punto critico dello scontro con le truppe austriache e quelle italiane.

L'altra zona di confine che può permettere l'entrata degli austriaci è il lago d'Arno dove sono dislocate delle truppe locali.
Come in ogni situazione del genere i cittadini subiscono sequestri dei loro averi e sono obbligati a servire i diversi eserciti in movimento.

Dalla relazione puramente amministrativa non appare una particolare partecipazione della popolazione alla causa italiana, confermando il dato di fatto di un coinvolgimento limitato nel Risorgimento.



5) Il Gregorini aveva a che fare con la Valsaviore da lungo tempo. L'oste al Ponte nuovo di Cedegolo registra una sua presenza nel 1808. 6) Un soldato al seguito di Napoleone, Pietro Moratti di Berzo, era nato nel 1790 e morì nel 1861. Il 15 novembre 1856 muore a Praga il soldato Pietro Gelmini. C'era già allora chi si rifiutava di impugnare le armi come Francesco Belotti di Demo che viene arrestato per renitenza alla leva. Non è possibile definire se era soldato, ma Domenico fu Giovanni Ferrari di Berzo è arrestato e muore in prigione il 22.12.1817. Nel 1887 Galbassini Pietro era stato sergente con Garibaldi, ma non aveva fatto fortuna. Lo stesso anno lavorano a Fresine Bortolo e Gio Mauri che sono chiamati: Del Garibaldi. Alla spedizione dei Mille partecipò anche Lorenzo Panzerini di Cedegolo.

7) Durante l'Ottocento si succedono una serie di delitti che coinvolgono anche il personale religioso.

L'8 luglio del 1834 fu ferito a morte il parroco di Valle Vincenzo Vitali, originario di Grevo. Egli morì dopo pochi giorni nella casa del suo feritore: Bartolomeo Ferrari. L'elemento determinante era la ricevuta che aveva in mano il Vitali, venuto ad Isola per riscuoterla. Si trattava di una cifra enorme: 1150,72 lire più quattro quartari di frumento e sei di segale. Se si pensa che la paga di un operaio era di due lire al giorno, si può ben riconoscere il valore del prestito.

La prima metà dell'Ottocento non vede ancora risolto il problema del banditismo.
Il 6 febbraio 1849 Giovan Maria Gelmini è muore a Ponte, nella sua casa, per l'aggressione subita da briganti penetrati la notte tra il 4 e il 5 febbraio. La causa dell'aggressione sarebbe stato uno sgarro compiuto dal Gelmini che, essendo venuto a sapere di un tesoro nascosto presso una cappelletta vicino ad Andrista, avrebbe tenuto tutto per sé senza dividerlo con i complici.
Il racconto afferma che quando i cavalli arrivarono alla casa Gelmini, stramazzavano a terra per il peso. La notte del delitto i briganti trovarono la porta della casa aperta. Si sospettò che la cameriera fosse d'accordo con i banditi e avesse aperto la porta. Dalla versione orale sembra che il Gelmini fosse un ricettatore.
Tutto questo contrasta con le notizie dei documenti secondo il quale il Gelmini era un possidente, fabbriciere e consigliere comunale.
Nel 1846 era deputato politico, carica che, sotto l'Austria, aveva anche compiti di polizia. La vera ragione dell'irruzione potrebbe essere in realtà una vendetta di qualcuno del comune che si era sentito trattato ingiustamente durante la sua amministrazione.



Cevo


Fobbio


Cevo




Il regno d'Italia

Con la seconda guerra d'indipendenza le Alpi entrano definitivamente nell'economia della pianura padana e diventano parte dello stato nazionale.
Il rapporto di produzione artigianale tra pianura e montagna diventa sfavorevole alla montagna.
Dopo il crollo del 1830, la situazione si aggrava durante il decollo industriale dal momento che i prodotti maggiormente elaborati e funzionali dell'industria fanno crollare i lavori delle officine nelle Alpi.

Si deve comunque osservare che, nonostante il calo nella produzione, le fucine saranno quelle che resisteranno sempre di più alla crisi e dureranno fino agli sessanta del Novecento.
Anche qui mancò un'opera di trasformazione delle tecnologie, anzi avvenne, come durante il periodo napoleonico, che i processi furono accelerati e che l'opera distruttiva del Gregorini arrivò ad abolire praticamente tutti i forni fusori della Valle e a ridurre l'attività siderurgica al forno fusorio di Castro.

Durante la terza guerra d'indipendenza, il 16 luglio 1866, un reparto di oltre tremila garibaldini al comando del tenente colonnello Cadolini fu mandato da Cedegolo verso la Val Daone attraverso il passo di Campo.
Arrivati al lago di Campo si fermarono una settimana in attesa di ordini. Presi dalla fame e da una terribile bufera furono rintracciati da una guida salita da malga Bissina che li condusse a Creto il 26 luglio (8).



8) Il confine austriaco fino al 1918 era il seguente: Monte Bruffione, Listino, Re di Castello, Passo di Campo, Monte Campellio, montagne che separano le valli di Fumo e d'Adamè, fino alla cime di Levade, ghiacciaio del monte Fumo, Dosson di Genova, Lobbia Alta, Vedretta del Mandrone, Passo Paradiso, Tonale.



Cevo


Cevo


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L'economia in Valsaviore durante l'Ottocento

Nella decadenza generale della economia ottocentesca non è possibile trarre grandi spunti per scoprire attività nuove.
Solo alcuni centri resistono proprio per l'attività metallurgica, ma anch'essi, come il forno d'Allione, sono travolti dalla concezione del Gregorini per cui l'unica possibilità della Valcamonica è di produrre materie prime.

Le miniere sono ancora attive (9), i Panzerini posseggono miniere, ma esse non rimarranno aperte a lungo.
Inoltre alcuni paesi sono integrati nella struttura economica per una produzione supplementare rispetto ai trasporti.

Cevo deve dare il fieno per i cavalli che trasportano sul fondovalle.

I movimenti di truppe durante tutto l'Ottocento incentivano la nascita di osterie sulla strada di valle (10), mentre il mercato di Cedegolo diventa il centro commerciale di tutta la Valsaviore (11).



9) Nel 1810 è presente a Cedegolo Giorgio Morandi, minerante di Barsesto.

10) 1867 Cedegolo. Elenco degli esercenti alberghi, caffè, osterie e vendita di liquori esistenti nel Comune di Cedegolo.

1. Bernardi Angelo fu Martino di Berzo, bettola vino bono in contrada di Soja.
2. Bruseghini Tomaso fu Luigi di Valle, bettola vino bono in contrada di Piazza n. 3.
3. Pardelli Domenica di Cedegolo, albergo vino buono in contrada di Soja.
4. Canti Cattarina fu Pietro di Cedegolo, bettola, vino bono in contrada Forni.
5. Casalini Antonio fu Federico di Cevo, bettola, vino bono stalla in contrada Piazza.
6. Giacomelli Pietro di Pontedilegno, liquori, senza insegna in contrada di S. Girolamo.
7. Moglia Rafaele fu Litorgio di Capo di Ponte bettola senza insegna in contrada Semida.
8. Panizza Domenica di Vermiglio, bettola senza insegna, vino bono in contrada Trambusia.
9. Paroletti Catterina e sorelle fu Bortolo di Cedegolo, albergo Angelo in contrada Trambusia.
10. Ricci Agostino di Domenico di Cedegolo, albergo Leone in contrada 5. Girolamo.
11. Salvadori Cattarina fu G. B. di Cedegolo, bettola, vino bono in contrada Rella.
12. Venturini Lucia fu Giò di Cedegolo, liquori, vino bono in contrada Trambusia.
13. Vitali Gio Antonio di Grevo, bettola senza insegna in contrada Torcolo.
14. Zerbini Francesco di Iseo, albergo in contrada Soja.

11) Quale fosse la struttura artigianale nel 1856 a Cedegolo è riconoscibile da un elenco contenuto nella archivio comunale:
Bernardi Giorgio fabbro.
Donda Antonio falegname.
Grassi Antonio vetraio.
Pacchiotti Giacomo stagnino.
Pacchiotti Alberto ramaio.
Mastro Perlotti Gio muratore.
Conti Simone falegname.
Paroletti Ventura fabbro.
Bertolini Vincenzo fabbro.




Cevo


Cevo


Cevo



Cedegolo: Dai Cevis agli Zitti

Nella seconda metà del 1700 appare la ditta Cevis che gestisce, a nome dei Panzerini, le fucine fino a circa il 1814.
Nel trentennio successivo le fucine sono riprese dalle famiglie Panzerini e Simoncini, quindi passano da Don Giacomo Panzerini al Signor Pegurri di Lovere ed infine alla famiglia Zitti.

Tra le proprietà della famiglia Simoncini compare anche il negozio di ferrarezza di Cedegolo.
Esso in realtà era appartenuto finora alla famiglia Panzerini.
Evidentemente i legami di parentela avevano permesso ai Simoncini di acquisire una parte di questo negozio.

Giacomo Pegurri, che gestisce il negozio di ferrarezza a partire dal 1839, acquista tutto il ferro di Paisco nel 1843 ad un prezzo più alto di quello commerciale.
La quantità rilevante del prodotto testimonia l'ampiezza delle attività metallurgiche ancora nella metà dell'Ottocento.

Nel 1844 la situazione del Pegurri si fa più precaria ed egli associa come compartecipe delle attività Tomaso Bonomelli di Valle di Saviore.
Il fallimento del Pegurri fa ricadere sul Bonomelli il pagamento del ferro acquistato nell'anno 1845.

Il tentativo del Comune di Paisco di recuperare il denaro perduto si scontra con l'abilità dei proprietari privati nello sfuggire alla responsabilità (12).

Il comune di Paisco non ricevette facilmente alcun indennizzo.
Le fucine di Cedegolo rimasero chiuse fino al 24 ottobre 1846 quando la famiglia Zitti subentrò nella gestione dell'attività siderurgica (13).



12) "Saviore li 4 agosto 1845.
All'I. R. Commissario Distrett.le di Edolo.
In questo giorno mi capitò un deputato di Paisco con una delle di Lei gentilissime con cui mi raccomandava di prestare assistenza al medesimo somministrandogli le coerenze dei fondi di ragione di Bonomelli Tomaso, debitore verso il Comune di Paisco per acquisto di ferro, ma stante ciò che credo quasi per certo, anzi di certo, il Comune di Paisco non è più in tempo di eseguire alcun prenotamento a carico del s.to Bonomelli poiché lo stesso è venuto da qualche giorno in cognizione che si voleva eseguire tale prenotamento a suo carico, è passato a fare una vendita di tutto ciò che possedeva in ditta propria al Sig. Gabrio Massari ossia alla di lui moglie Margherita Ronchi, e del restante che possedeva unitamente a suoi fratelli ne fece cessione ai medesimi, e credo già che siano eseguiti anche i relativi trasporti d'estimo, come potrà verificare ella nell'ufficio del censo.

Di tutto ciò io ne son venuto in cognizione per avermi il tutto narrato di bocca propria lo stesso Bonomelli nel giorno 27 luglio p.o p.o e quindi ciò ritenuto ho creduto bene di tralasciare di dare al di lei commesso le coerenze dei fondi di cui aveva la copia d'estimo.

Mi comandi pure e l'assicuro che i di lei comandi non mi possono essere più graditi e che se non mi presterò sarà segno che non mi era possibile.
Intanto ho l'onore di protestarmi con tutta la stima e rispetto.
Il di lei obb. mo dev.mo servo, Brandani Gio, agente".

13) Nel 1865 la ditta Zitti aveva una partecipazione al forno d'Allione, le fucine di Cedegolo e quelle di Fresine. Negli anni 1898 - 1899 la ditta Zitti diventa ditta Zitti Gregorini.




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Berzo Demo: il Forno d'Allione

Il forno d'Allione venne costruito nel 1807 per istanza della famiglia Simoncini.
Si tratta quindi di un forno esclusivamente privato a cui parteciparono in seguito Pietro Franzoni e Gian Andrea Gregorini.

Esso aveva il fine di convogliare i minerali della Valle di Paisco in una struttura che non dipendesse più dal potere delle comunità, ma esclusivamente dagli industriali del ferro.
La sua posizione centrale permetteva un commercio più rapido dei prodotti. Esso rimase attivo fino agli anni trenta del l900 (14).



14) I documenti principali del primo periodo del forno sono i seguenti:
"Edolo. 15/12/1808.
Signor Pietro Franzoni per fature di vetri fate nel forno novo antelli n.6 con sue lastre n. 48 a soldi otto luna con piombi, stagno a fatura da fabro e broche importa il valore di L.24 di Milano con risio del viagio con un uomo.
Gaetano Canti vetriajo.

Edolo. Signor Pietro Franzoni. 20 luglio 1809.
Privo di tante vostre, capitando da voi Pietro Zecchini di Demo ricercandovi il permesso di far ferro sul forno di società, mi farà sommo piacere non concederli il permesso perché questo galant'omo non deve più far ferro in tale forno.
Vivo sicuro che mi vorrete favorire e se posso servirvi sono ai vostri comandi (...).
Domenico Simoncini".

I testi successivi riportano la rivendicazione della Parrocchia di Demo di un diritto di affitto sui terreni usati per la costruzione del forno.
Da qui veniamo anche a sapere che esso fu costruito dall'iniziativa privata di Pietro Franzoni e dei fratelli Simoncini.

La questione durò dal 1811 al 1828.

"La fabbricieria di Demo con opportuno ricorso in iscritto mi ha rappresentato che fino nel 1807 venne occupata nella costruzione del suo fomo fusorio all'Allione e colle adiacenze una vistosa estensione di terreno prativo e boschivo di ragione di quella vicinia e che fin'ora non ebbe luogo alcun atto di capione e nemmeno alcun pagamento per relativo valore e quindi ha instato per essere indennizzata tanto del valore del fondo come degli affitti decorsi".

Nel 1841 il processo nei confronti di Domenico e Agostino Bianchi sulla occupazione di un deposito per il minerale gestito in modo scorretto dal Pretore di Edolo al punto di provocare l'intervento del tribunale di appello di Milano nasconde in realtà una tensione tra i Simoncini e Gianandrea Gregorini sul controllo del forno.



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Andrista: le fucine

Andrista aveva tutto un settore del paese destinato alle fucine che si chiamava "Alle Fodine".
Una di queste fucine, destinata a fabbricare chiodi, diventa pegno per operazioni finanziarie della famiglia Panzerini.

Verso la fine degli anni Trenta dell'Ottocento viene di nuovo acquistata dalla famiglia Paroletti.
Nel registro Panzerini R5 viene riportato l'ultimo passaggio, dai Paroletti ai Glisenti, della fucina di Andrista (15).



15) "1816. Andrista.
Passaggio di proprietà. 4 dicembre 1816.
Davanti di me notaio (...) si è personalmente costituito Giovanni Battista fu Bortolo Paroletti, abitante in Cedegolo, (...) agente per sé ed anche per suo fratello Domenico (...) vende in perpetuo sotto la promessa della garanzia e manutenzione al qui presente Giuseppe fu Simone Glisenti, abitante in Andrista (...) nominatamente una fucina con maglio in Andrista, contrada della chioderia, con ragioni d'acqua ed adiacenza ivi di prati e piante del tavolato che si ritrova territorio della comune di Cevo a cui coerenza a mattina la valle a ,nezzodì Domenico Glisenti, e sera Pietro Sibilia ed a monte la comune a riserva però delle ragioni competenti a Carlo Conti, erede di Simone Sorteni, di ponere in detta fucina due zocchi ossia martelli. Inoltre tutta la ferramenta in essa fucina esistente e tale e quale fu acquistata dal fu Simone Zorteni con scrittura 24 febbraio 1798".



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Le fucine di Demo

Fino al 1784 le uniche attività artigianali a Demo erano quelle intorno ai mulini.
Da questo momento sono ricordate due fucine di proprietà di Bortolo Scanzietti e di Domenico Bernardi.

Nell'area di un antico mulino di Demo viene costruita nel 1844 un'altra fucina in cui lavora il Mastro Bernardi.
Le questioni di confine o di passaggio dimostrano un certo traffico che si svolgeva intorno alla struttura artigianale.



Cevo


Cevo


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Fresine: il registro dell'osteria

Fino al Novecento inoltrato esisteva a Fresine un'osteria della famiglia Cervelli che aveva intrapreso la sua attività nella seconda metà dell'Ottocento.
Di questa osteria rimane un registro della fine dell'Ottocento che attesta ancora la vivacità dei passaggi in quest'area che aveva conosciuto un grande sviluppo nel Settecento.

La proprietà delle fucine era adesso della ditta Zitti, ma gli osti dal 1883 al 1896 registrano i vari passaggi.
In primo luogo esiste una casa dei fabbri in cui serve Maria Cattane la quale pone anche delle panche per il letto e quindi delle coperte.
I fabbri nei diversi periodi sono numerosi (16). Oltre alla fucina c'era un fondaco dove si poneva il ferro lavorato o da lavorare. Inoltre a Fresine accede il carbone (17) e altrettanto numerosi sono i carbonai (18):

Il carbone veniva poi trasportato a Forno d'Allione.
La fucina di Fresine presentava in un certo senso una situazione particolare dal momento che si doveva portare il ferro dal fondovalle per lavorarlo (19).

L'unica spiegazione di tale comportamento stava nella abilità dei fabbri locali e della potenza dei magli.
Venivano comprati: acciaio, cerchioni, chiodelle. Vi erano poi coloro che aggiustavano i magli o le parti in movimento (20).
Oltre l'osteria c'era anche un calzolaio con un nome che sarebbe diventato importante cinquant'anni dopo: Martino De Gasperi.



16) Nel 1883 ci sono Masneri Francesco, Gio Cattane, Pietro Zattagni, Giacomo Bellicini, Bertocchi Lorenzo, Mafessoli Vittorio, Zerla Giacomo che ha anche un lavorante.
Nel 1884 si aggiungono Mabelini Giovanni ed Ercoli Maffeo.
Nel 1885 Brusighini Giuseppe.
Nel 1886 Mazzucchelli Battista.
Nel 1887 Pietro Boni e Gio Matti.

17) Dalla Foppa, da Garzunet, dal Ponte dei Cavalli. Inoltre ai Rovinati, ai Roncali, al Lincino di Valle, sopra Casera, a Sesola, a Brata, a Bedole.

18) Nel 1884: Gennari Giacomo, Bonomelli Barnaba. Zucchi Lorenzo, Mastaglia Giacomo, Brunelli Giacomo, Davide Giuseppe, Guani Battista, Gimitelli Francesco.
Nel 1885: Spadaccini Bonomo,
nel 1896 Ghetti Giorgio, Cortinovis Luigi, Bottanelli Antonio, Catotti Gio, Zigliana Bortolo, Corti Luigi, Macri Bortolo, Scalvini Gio, Tiberti Gio, Ghitti Giorgio, Ferrari Gio Batta.
Nel 1889: Simonetti Giuseppe, Filippi Gio, Girelli Giacomo, Martinelli Bortolo.
Nel 1892: Cominelli Antonio, Catotti Gio, Pelamatti Gio, Laffranchi Stefano.

19) I conduttori da Cedegolo erano: Gelmini Andrea, Laffranchi Laffranchino, Simoni Ottavio, Guani Gio.
Nel 1884 viene ricordato Giuseppe Monchieri, carradore del Gregorini.

20) Nel 1883 Lance Francesco aggiusta "il condotto dell'ora, la vera del maglio" e fa delle forbici per i fabbri. Angelo Belotti fa il manico al maglio. Matteo Pietroboni aggiusta il rodello.




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Immigrazione ed emigrazione

I testi che sono stati citati per i secoli precedenti sottolineano la presenza di una grande emigrazione che ha coinvolto la Valsaviore in età moderna.
Essa ha avuto tutte le forme, da quella stagionale a quella definitiva.
Tuttavia nella seconda metà dell'Ottocento essa diventa un fenomeno che riguarda tutta l'Europa e le Alpi vi partecipano anche per delle ragioni dovute alla loro struttura economica.

Sebbene il fenomeno migratorio sia quello che colpisce di più anche perché crea uno sradicamento dalle precedenti condizione di vita, non si deve dimenticare che la Valcamonica, e anche la Valsaviore furono un luogo di immigrazione.

Già all'inizio della storia l'avvento dei lavoratori del rame è stata una immigrazione, ma anche nei periodi di grande emigrazione, un flusso di persone provenienti dalle altre valli è sempre stato presente.

Lo stesso secolo appena passato ha conosciuto la presenza di tutti e due i fenomeni.
In occasione della costruzione delle centrali idroelettriche e nello spostamento di larghi strati di popolazione verso le città industriali.
E' necessario quindi valutare ambedue gli aspetti per dare un giudizio oggettivo su quello che è accaduto e continua ad accadere.





Cevo


Cevo


Cevo



L'immigrazione

La ricerca di testimonianze parte dalla fine del medioevo e, naturalmente, riesce a cogliere solo un piccolo gruppo di immigrati che, per qualche ragione, sono stati registrati nei documenti pubblici, ma sicuramente una grande parte rimane fuori dal momento che non tutti i movimenti erano annotati.

Sicuramente molti carbonari non hanno lasciato traccia, come pure i briganti che popolavano le foreste camune.
La prima notizia proviene dal tardo medioevo, esattamente del 1422, quando a Cevo abitano Gioanino di Pratello, Deleido detto Todesco e Togno di Fontaneda in Valtellina.

Le notizie si spostano nel 1527 quando Stefano de' Maffeis di Grevo vende una casa a Jacobino fu Cristoforo Maij della Val di Scalve.
Una presenza interessante è quella della famiglia Longhi a Valle, segnalata dal 1598 quando Gabriele de' Vercellone de' Longhi è presentato come originario di Lecco.

In realtà già nel 1548 Battista del Longo è ricordato come affittuario della pieve di Cemmo.
Non è possibile spiegare tale presenza se non con attività siderurgiche, anche perché un ramo della famiglia de' Longhi si sposterà a Bienno (21).
E' interessante tener conto di una informazione per cui i Longhi sarebbero all'origine della famiglia Zendrini, anche se i due nomi sono coesistiti per un certo tempo (22).

Nel 1660 Maffeo di Francesco Brambanello abita a Valle.
Sempre a Valle risiede, nel 1641, Jacomo fu Joanni Antonio Compagni di Poschiavo, mentre nel 1667 Gio Antonio fu Gio Ferare di Rocca bianca, in provincia di Parma, sposa Maria Macri.
Nel 1685 un Ferrari Alessandro di Parma con la moglie Caterina sono assenti da Saviore.

Alla fine secolo un questuante di Cairas in Piemonte, Costanzo Stella muore in Valsaviore.
Gli inizi del Settecento segnalano ancora donne valtellinesi a Demo, oltre quelle citate, c'è anche una Maria Valtellina (23).

A Berzo nel 1718 e nel 1726 sono ricordati Antonio Foglio e Domenico Fenoglio da Bagolino (24).
Sempre a Berzo, nel 1757 Rosa Beraldi di Padova muore a ventisei anni, essendo sposa di Domenico Bertolina.
Nel 1733 arrivano i Guani: Giacomo di Antonio fu Gio Domenico.
Essi risiedevano a Lovero, ma sono oriundi di Bormio.
Giacomo sposa Cecilia Sola.

Nel 1760 Ferdinando Rovinasca di Munastir, sposa Maria Caterina Groli.
I contatti dei Panzerini con le valli circostanti portano a scambi commerciali (25).

Agli inizi dell'Ottocento il registro del Ponte nuovo a Cedegolo registra tra il 1806 e il 1810 un movimento di bovini venduti in Valcamonica, provenienti dal Grigioni, gestito da Vito Jost il quale ha rapporti anche con Vermiglio attraverso Giovan Longhi.

Per tutto l'Ottocento affluiranno in valle dei carbonari dato il disboscamento selvaggio intrapreso quegli anni.
Un lavoro particolare a Saviore è quello della fabbrica dei lavezzi.
C'era anche una contrada chiamata dei lavezzari.

Già nel Seicento abitava a Saviore Antonio Rossi del Pian di san Pietro, milanese, con un suo conterraneo Giacomo Chiapa che facevano i "consa lavezzi".

Esisteva sempre il compito di famiglio:
nel 1724 Giuseppe Raggini di Soresina, di quindici anni, fa il famiglio per Andrea Chiappini.
Nel 1826 Razziti Domenico, fu Pietro e Lucia Parolari, di quattordici anni sono famigli, a Castelfranco di Rogno, di Tomè Magnini.



21) APB Registro dei battesimi.
Il 16.5.1574 è battezzata Maria Domenica figlia di Pietro del Longo di Savior, habitante in Bienno.
ASB Notai di Breno atti di Ottavio Guaragnoni Bienno 15.2.1660:
Maria fu Petri de Longhis Bienni ... lascia per via di legato alla Scola della Dottrina Christiana 1 scudo per una sol volta ... et lascia che Valentino, suo nepote figliolo del fu Vincenzo Longhi suo fratello, et anco li suoi figli et figlie possano, et vogliano goder et usufrutuare la cosina overo camara con il solario sopra fin al tetto per tutto il tempo di loro vitta con obbligo però che il detto Valentino o suoi figli siano tenuti et obligati ogn'anno far celebrare messe 4 per l'anima d'essa codicilante".

22) La spiegazione del nome Zendrini non è facile in quanto potrebbero derivare da "zender", genero, ma senza grande significato. Potrebbe invece derivare da Alexander, un nome che ricorre nell'albero genealogico dei Longhi.

23) Il sacrista della chiesa di San Zenone fino al 1691 è Bertolomeo Todesco. Il rapporto tra Demo e la Valle di Scalve, attraverso la Valle di Paisco è molto antico. Nel 1709 nell'archivio della Pieve di Cemmo c'è la notizia che la famiglia Regazzoli paga un livello antichissimo della casa scalvina. C'è anche una immigrazione da Lozio, dove c'era una forno fusorio, tra il 1675 e il 1715 vive a Demo Valentino Mazza di questo paese.

24) A Berzo risiede fino al 1774 Bortolo Lotolorse della Valtellina. All'inizio dell'Ottocento Simone fu Domenico, della Pieve di Ossana, calzolaio, muore ai Bettolini.

25) Nel 1764 a Tirano sono in rapporto con la distilleria Federici. Nel 1766 a Gandino hanno scambi commerciali con Pietro Gelmi. Nel 1772 hanno come referente a Pelizzano, nel Trentino, Bortolo Cortellini. I debitori del 1782 sono: in Valtellina: Gian Antonio Negri, a Bagolino: Pietro fu Battista Bazà, Giuseppe Scalvino. A Gromo: Gregorio Cedroni, ad Ardesio: Gio Maria Manetti, a Leffe: Gian Angerlo Zenone. A Fucine. Gio Antonio Tarabaglio.


conca del lago d'Arno

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Last updated 9.10.2006