da
Storia della Valsaviore
di Franco Bontempi
Unione dei Comuni della Valsaviore - 2005 -
51

Il Novecento


Un secolo contraddittorio

La prima guerra mondiale

Il primo dopoguerra




L'epoca fascista -- La resistenza -- L'emigrazione nel novecento

L'economia della Valsaviore nel Novecento -- L'industria idroelettrica

Documenti sulla industria idroelettrica



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conca del lago d'Arno Valsaviore idroelettrica

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Cevo


Cevo


Cevo



Un secolo contraddittorio

Se il Novecento è stato per la storia europea un secolo di grandi contraddizioni, questo vale in modo particolare per la Valsaviore.
Si potrebbe riassumere lo svolgimento delle diverse situazioni dicendo che nulla è rimasto stabile.
Tutto si è imposto per un breve periodo, ma poi tutto è sembrato che dovesse ricominciare da capo.

Finito il secolo le stesse domande che si erano poste all'inizio ritornano in tutta la loro gravità.
Senza dubbio se non ci fosse stata l'industria idroelettrica la parte superiore della Valsaviore si sarebbe svuotata nel giro di poco tempo.
Ma la stessa industria, che è durata di fatto una settantina d'anni, sembra essere stata più un tampone che una soluzione stabile.
Tale dato di fatto pone la questione sulla maniera di stabilizzare la situazione.

Il numero maggiore degli abitanti si è raggiunto agli inizi degli anni sessanta, ma poi è cominciata una lenta emorragia che rischia di abbassare la presenza umana al di sotto dei livelli che hanno caratterizzato la costante linea di antropizzazione.

Anche in questo caso non si tratta di un fenomeno particolare, ma di un movimento che coinvolge tutte le Alpi.
Esso è anche il risultato di una evoluzione cominciata a metà del Settecento e quindi si conclude un ciclo dove la montagna non era più la "Val bona", ma si limitava a vivacchiare con un agricoltura e un allevamento non soddisfacenti.

La fine delle assemblee di villaggio, a partire del 1806, privò la Valle dell'ambiente in cui discutere i problemi per cui le situazioni precipitarono senza che si elaborasse una pur che minima risposta.
L'emigrazione e le guerre privarono poi i villaggi delle forze giovani ed anche questo fu un handicap gravissimo.

Non sarebbe da sottovalutare un dato di fatto che appare chiaro anche nella costituzione della attività industriale, il ruolo subalterno dei camuni.
Nel Novecento, finito l'influsso dei veneti nel secolo precedente, prese il sopravvento l'intervento dei milanesi, ma solo alla fine di tale attività compare qualche camuno in un ruolo dirigenziale.

Non sarebbe a questo punto da dimenticare un elemento che appare in modo determinante a partire dalla testimonianza delle incisione rupestri:
l'assenza di attenzione alla storia.

L'ideale dei camuni è la convinzione di un età fondamentalmente sempre uguale, senza reali cambiamenti, o, nel caso che ci siano, si subiscono senza pensare di mutare qualcosa.
In questo senso dava sicurezza la palude veneta in quanto si aveva l'impressione che nulla sarebbe mai stato modificato.

Ma siccome la storia cammina, le mutazioni irrompono in modo distruttivo senza aver apprestato, da parte degli abitanti, alcuna risposta convincente.
Tale assenza di progettualità si è manifestata anche durante il Novecento e quindi oggi si ha l'impressione che un secolo sia passato invano.

Raccontando la storia del secolo, non si sfugge a una impressione penosa che sì anche la Valle ha vissuto i momenti principali della storia europea e si è fatta coinvolgere dai grandi movimenti che hanno rinnovato la nostra civiltà. Ma che tutto questo è avvenuto perché portato dall'esterno.

All'inizio erano gli emigranti o i reduci che introducevano idee che avevano conosciuto in altre parti dell'Europa o del mondo, ma comunque era sempre qualcosa d'importato.
Si può rispondere che un piccolo gruppo umano, come è una Valle, non può certo elaborare risposte complesse che implicherebbero istituzioni non presenti sul territorio.

Tuttavia alcune strutture di partecipazione c'erano e non dovevano essere lasciate cadere, ma piuttosto essere incrementate.
Molti si illusero, come d'altronde avvenne anche nel Novecento che, abolendo la partecipazione democratica, si sarebbe fatto più in fretta, come i protoindustriali che pensavano di abolire le vicinie per poter sfruttare meglio il territorio, ma l'abolizione del dibattito, delle posizioni anche contrapposte, non è stata una soluzione che ha reso più rapido il progresso, ma che ha accelerato la distruzione dell'ecosistema, dal momento che non c'era più nessuno a difenderlo.

Anche se storicamente si sono persi due secoli e mezzo, non si vede altra prospettiva che non derivi dal coinvolgimento di tutti i suoi abitanti perchè la Valsaviore possa avere un futuro.



Cevo - Saviore


Cevo


Cevo - Saviore



La prima guerra mondiale

Fino all'entrata in guerra la posizione dell'Italia rimase molto incerta.
Solo nell'aprile del 1915 ci fu una scelta decisiva.
Che una guerra con l'Austria non fosse stata contemplata, trova una dimostrazione nel proseguimento dei lavori idroelettrici: la costruzione di una grande diga, quella del lago d'Arno, a ridosso del confine, era contro ogni prudenza.

Un'avanzata austriaca avrebbe potuto rapidamente arrivare alla diga, farla saltare e così distruggere le retrovie della Valcamonica.
Una volta cominciata la guerra si dovettero costruire in gran fretta le fortificazioni a Passo di Campo, mentre prima esisteva solo una caserma.

Il piano del generale Cadorna era impostato in modo che l'attacco sarebbe avvenuto nella Venezia Giulia, mentre le Alpi avrebbero dovuto essere solo difese.
In Valcamonica si stabilì la quinta armata con il comando a Edolo.

L'illusione che la guerra durasse poche settimane si scontrò con la dura realtà di un conflitto di posizione, secondo lo schema: trincea - reticolato - mitragliatrice: ogni attacco aveva l'effetto di ammassare sui fili spinati i cadaveri degli assalitori falciati dalle mitragliatrici e dai cannoni austriaci.

In montagna l'asprezza del terreno permetteva solo una guerra di posizione e le principali perdite erano causate dal freddo e dalle malattie che ne derivavano.
Il capitano medico Bertolini riferisce come fossero frequenti in Val Adamè i congelamenti per mancanza di calze di lana.

Gli alpini avevano una sola coperta e una mantellina, mentre le scarpe erano di cartone.
Inoltre le valanghe travolgevano soldati e caserme, queste ultime costruite senza conoscere la topografia.
Prima della guerra l'Adamello era considerato il punto d'incontro tra italiani e austriaci.
Il 21 agosto 1876 sei bresciani s'incontrarono al Mandrone con la società alpinistica trentina, mentre nel 1883 il congresso degli alpinisti italiani terminò con una escursione sulla vetta dell'Adamello.

Attraverso il Pian di Neve gli irredentisti trentini entrarono in Italia per arruolarsi.
Il 28 aprile 1915, Chiesa, Alberini e Lorenzi, attraversarono il Carè alto e arrivarono a Saviore dove li accolse la guida di Ponte, Martino Gozzi.

Una volta iniziata la guerra in Valcamonica non si fa altro che rafforzare le posizioni di partenza.
Il 24 maggio il sessantaquattresimo fanteria si attesta presso il Passo di Campo.
Il 5 luglio sessanta austriaci con la guida di un montanaro attaccano gli italiani con due mitragliatrici presso il lago di Campo.

I caduti sono ricordati da una lapide.
L'otto luglio gli alpini si ritirano da Malga Leno sul Re di Castello.
C'è uno scontro sulla Cima Boassolo con ottanta morti.
Tra l'undici e il quindici dicembre il settantasettesimo fanteria della brigata Toscana, occupa parte della Val Daone.

Il 1916 è un anno cruciale per gli italiani. Il tre aprile cadde sulla caserma Campellio una valanga che seppellisce centotredici militari, mentre i superstiti furono novantuno.
Furono sepolti nel cimitero di Isola.

Il 12 aprile una compagnia di volontari, al comando del capitano Bresciani doveva attaccare il Monte Fumo, salendo dalla Valle Adamè, ma l'impresa non ebbe successo in quanto le condizioni avverse del tempo impedirono anche l'azione dell'altra compagnia salita dal Passo Salarno.

Ai primi di settembre il battaglione della Val d'Intelvi fece prigionieri due austriaci che avevano percorso tutto il ghiacciaio dell'Adamello fino alla Valle Adamè facendo foto e schizzi sulle difese italiane.

Il 1917 non vede interventi rilevanti.
Solo è disponibile una relazione del Giannantoni che, salendo da Cedegolo, seguendo le funivie, arriva fino alla nuova caserma di Campelli, poi al Re di Castello.
Al Passo di Campo trova una compagnia di sciatori. Al rifugio Prudenzini vi sono venti uomini.

Durante il 1918 viene completata la strada tra Fabrezza e il lago Salarno. Una teleferica raggiunge il rifugio Prudenzini, mentre altre due collegano il rifugio al Passo Salarno e al Corno di Salarno.

Si costruiscono baracche sul lato destro della Valle. Tutto finì con il novembre 1918. Le strutture militari furono abbandonate, rimasero le strade che erano state costruite in montagna e i lutti all'interno delle diverse comunità.



Saviore-Baulé


Cevo


Sessola-monte Elto





Il primo dopoguerra

Se alcune industrie avevano usufruito della guerra, l'agricoltura ne aveva molto risentito per la mancanza di braccia anche perché il biennio 1919-1920 ebbe cattivi raccolti.
Inoltre i salari si ridussero del sessantotto per cento rispetto al 1914.
In seguito al deperimento provocato dalla guerra si diffuse nel 1918 una epidemia di influenza che in Italia fece cinquecentomila morti e fu chiamata febbre spagnola.

Nella primavera del 1919 un'ondata di scioperi coinvolse tutte le categorie dei lavoratori delle campagne e delle città.
Il 1920 iniziò con altri scioperi. Nel gennaio del 1920 per l'iniziativa della sezione socialista di Ponte e Fresine fu occupata la centrale di Isola da parte di quaranta disoccupati per chiedere l'assunzione nella società idroelettrica.

Intervennero le forze dell'ordine, ma furono disarmate.
Il giorno seguente furono mandati gli alpini e tre autocarri di carabinieri con a capo il viceprefetto di Breno.
Durante la manovra dei mezzi un operaio fu schiacciato.

Dopo lunghe trattative dalla società furono assunti centocinquanta operai. Il clima doveva essere molto teso se ancora nel 1930 il rendiconto della società annotava:

"Le perturbazioni politiche ed economiche dell'epoca ebbero notevole effetto sul costo dell'opera sia per la manodopera sia rispetto ai materiali e al loro approvvigionamento".

Il partito socialista era presente a Brescia fin dal 1862, mentre nel 1896 al congresso socialista di Brescia prevalse la linea massimalista, come pure nel 1904.
Nella visita pastorale del 1912 si annotava che in Valsaviore circolavano alcune copie del "Risveglio camuno" e de "L'asino", giornali socialisti.

E' facile pensare che gli operai forestieri e gli emigranti facessero propaganda fra la gente.
Tra il 1919 e il 1920 si costituiscono le sezioni socialiste in Valsaviore.
A partire dal 1919 nasce anche la sezione del partito popolare.

L'organizzatore fu don Andrea Morandini che aveva costruito l'associazione dei combattenti e reduci cattolici e fu segretario della commissione di avviamento al lavoro delle stesso partito.

Appena dopo la guerra l'avvocato Ghislandi costituì il partito dei combattenti che ebbe vita breve e poi confluì nel partito socialista.
Le elezioni del 1921 furono le ultime libere prima del fascismo.

I vari partiti ricevettero i seguenti voti:
Cevo: Blocco 12. Popolari 111, Socialisti 113, Combattenti 33.
A Saviore: Popolari 167, Socialisti 84, Combattenti 30.



Cevo


Fobbio


Cevo




L'epoca fascista

Il fascismo si inserì nella vita della comunità della Valsaviore portando a termine in fondo quello che era stato il progetto iniziato nel Settecento.
Abolire la partecipazione delle comunità, stabilire un'autorità che dipendesse dallo stato centrale, considerando che tutto ciò avrebbe dato più efficienza alla amministrazione.
La mossa che più colpì i cittadini fu l'accorpamento dei comuni: Cevo e Saviore con capoluogo Cevo, Grevo - Berzo Demo, Sellero e Cedegolo come capoluogo.

I comuni di Cevo e di Saviore nel 1927 furono accorpati in un solo comune chiamato Valsaviore con centro a Cevo.
Nel 1928 gli abitanti di Saviore si recarono tutti a Cevo con l'intenzione di riportare le carte del comune.
Una compagnia della milizia, comandata dal gerarca fascista di Darfo, Galassi, circondò il paese e arrestò sessantacinque persone tra uomini e donne e le portò al carcere di Brescia; nonostante questo nelle elezioni i favorevoli al fascismo furono 460, i contrari tre.

Durante la visita pastorale del 1938-39 alla domanda se i rapporti con le autorità fasciste sono di buona armonia, la risposta fu affermativa (1).
Per quanto riguarda il comune di Cedegolo c'era un problema che aveva agitato i decenni precedenti: Grevo era sempre stata la sede comunale. Fino al 1927 non era stato possibile mutare il luogo del municipio, ma ora si poteva.

La reazione degli abitanti di Berzo Demo non fu certo differente di quella degli abitanti di Saviore (2).
La politica dei fascismo fu distruttiva della montagna.
Nel 1925 il prezzo dei legname era diminuito dei due terzi, facendo fallire molte segherie, già in crisi per mancanza d'acqua a causa delle dighe della società Adamello.
Nel 1927 fu emanato un decreto che tassava fortemente i detentori di capre e il numero dei caprini si dimezzò togliendo una fonte di reddito.



1) Nonostante lo scioglimento dei partiti politici rimase un gruppo di antifascisti fra coloro che erano iscritti al partito socialista che furono sottoposti a vessazioni di ogni sorta.
Il 16 agosto 1923 i carabinieri uccidono uno dei fratelli Boldini ricercati per attività antifasciste.
Gli altri sono costretti ad emigrare in Francia, Nel marzo del 1923 sono arrestati Pietro Matti, Antonio Zonta di Fresine, Battista Gelmini di Ponte, Ferrari Antonio di Isola per aver rifiutato la tessera del partito fascista.

2) ARCHIVIO STORICO DEL COMUNE DI CEDEGOLO,

"6 Giugno 1927 Cedegolo, Aggregazione Comuni.
Ill.mo Sig. Prefetto della Provincia di BRESCIA.
La nota amarginata di codesta R.a Prefettura, relativa all'aggregazione del comune di Berzo-Demo a quello di Cedegolo, sollevò meraviglia e sorpresa in tutta la popolazione. Infatti questa a conoscenza della volontà di codesta R.a Prefettura si dimostra assolutamente contraria e opposta alla riunione del Comune di Berzo con Cedegolo.
Da parte mia inoltre dichiaro specificatamente che tale riunione non è consona alla situazione locale, inoltre la popolazione di Berzo e frazioni si troverebbe a dovere percorrere circa andata e ritorno 14 Km. di strada montana carreggiabile al giorno con quattro mesi di rigido inverno con neve negli eventuali bisogni di vita amministrativa.
Mi faccio dovere pertanto informare la S. V. Ill.ma della situazione locale creatasi e risolventesi in una volontà contraria da parte della popolazione tutta, e resto in attesa di istruzioni da parte di S. V. Ill.ma. Con tutta osservanza e stima.
Il Commissario Prefettizio".

"Berzo Demo, Brescia. Aggregazione Comuni.
Spett. R.a Prefettura di BRESCIA. Con mia nota raccomandazione n. 732 del 6.6 u.s. trasmettevo a codesta R.a Prefettura dei documenti dimostrativi della volontà di questa popolazione, in relazione alla proposta aggregazione del Comune di Berzo-Demo con Cedegolo. Trovandomi continuamente pressato dalle interrogazioni ed insistenze dei miei Amministrati, ansiosi di conoscere l'esito di quanto comunicato a codesta R.a Prefettura, mi permetto pregare codesto Spett. Ufficio a volere cortesemente comunicarci in proposito. Con la dovuta osservanza. Il Commissario".



Cevo


Cevo


Cevo



La resistenza

Per il breve periodo in cui si è svolta la resistenza non ha potuto dare tutti i suoi frutti e molti progetti furono travolti dalla guerra fredda che cominciò qualche anno dopo.
Nella Valsaviore comunque la lotta partigiana ebbe un gran rilievo sia per la sua tradizione socialista sia per la conformazione del territorio che permetteva una miglior organizzazione della guerriglia.

Nella considerazione generale di questa storia, la resistenza mise in risalto la peculiarità della Valle rispetto al resto della Valcamonica, una peculiarità che è già stata colta quando i primi artigiani entrarono quasi cinquemila anni prima dal Passo di Campo.

Anche se la successione degli anni appare, a chi si trova nella situazione presente, come molto lunga, in realtà alcuni tratti allora portati dai nuovi arrivati sono stati profondamente inseriti nella memoria di tutta la comunità e, in momenti particolari della storia, riemergono.

Certamente l'organizzazione della resistenza in Valsaviore è frutto di una serie di circostanze storiche casuali, ma il modo con cui essa si è conformata rispetto al resto della Valcamonica indica la coscienza di una propria identità e di forti rapporti tra le comunità che nella crisi degli ultimi secoli sembravano andati perduti.

Tra l'otto settembre 1943 e la fine dello stesso anno sorge anche in Valsaviore una forte resistenza per rifiutare l'appello dei tedeschi a presentarsi al più vicino comando per aderire alla repubblica di Salò.

In occasione della chiamata alla leva delle classi 1923 - 1925 nessuno si presentò alla chiamata.
I giovani si nascondevano nei fienili dove si trovavano anche i soldati scappati dalle loro formazioni dopo l'otto settembre.
Sopra Cevo, nei fienili di Musna e Dasneur il maestro Bartolomeo Bazzana a Antonino Parisi cominciano ad organizzare la cinquantaquattresima Garibaldi che assume un ruolo stabile agli inizi del 1944 a Fabbrezza.

A gennaio dello stesso anno alcuni giovani si presentano alla leva, altri sono catturati dai fascisti e mandati a combattere a Montecassino ed in Jugoslavia.
Tra la fine aprile e i primi di maggio vi sono rastrellamenti in Valsaviore.
Il nove maggio c'è una sparatoria a Saviore tra partigiani e fascisti.

Lo stesso giorno sono arrestati Giovan Maria Tiberti, Bortolo Biondi e Andrea Groli per aver dato la dinamite ai partigiani che erano al lago Salarno.
Il Biondi e il Groli furono inviati in un campo di concentramento in Germania. Durante lo stesso mese la banda Martha compie rastrellamenti.

Durante il mese di giugno viene catturato a Pozzuolo Giuseppe Pezzati, comandante repubblichino di Isola; pochi giorni dopo sulla strada tra Isola e Cedegolo viene attaccata una pattuglia tedesca con il ferimento di un sottufficiale.
Il primo luglio i garibaldini attaccano la centrale di Isola. Lo scontro dura mezz'ora.

Due fascisti furono uccisi e due feriti. Il comandante fu fucilato. Tra i partigiani vi fu un morto e due feriti. In seguito a questo scontro fu deciso e realizzato l'assalto dei fascisti a Cevo e l'incendio del paese il tre luglio 1944.

Proseguono tutta l'estate le azioni militari ad Isola. Il due ottobre era stato assaltato il distaccamento repubblichino al lago Salarno, mentre nei giorni successivi vengono operati rastrellamenti in tutta la Valsaviore.

Le truppe tedesche assalivano il rifugio Prudenzini che fu incendiato e distrutto.
L'otto dicembre vi fu un violento scontro al di sopra di Ponte presso la villa Belvedere di proprietà di Alberto Paini, a cui partecipano le truppe fasciste al comando del maggiore Spadini e in cui perdono la vita Della Porta, Martinelli e Misha.

Da quel momento l'attività della Brigata Garibaldi si svolge lungo la Valcamonica, in Val Malga e a Forno d'Allione. Il 18 aprile 1945 i tedeschi di Forno d'Allione si arrendono.
Il 26 aprile c'è un incontro fra i comandanti della Brigata e il maggiore Scaroni per la resa del presidio di Cedegolo che viene occupato il giorno 27.



48) ARCHIVIO PARROCIALE DI SAVIORE, Testamenti.




Cevo


Cevo


Cevo



L'emigrazione nel Novecento

Tra il 1900 e il 1914 l'emigrazione italiana raggiunge il suo vertice con novecentomila partenze all'anno.
Il continente d'emigrazione era l'America. Dopo un viaggio con piroscafi a vela, in situazione igieniche orribili e con cibi scarsi, gli emigranti venivano sbarcati senza un contratto di lavoro e diventavano preda degli appaltatori.

Il punto di partenza solito dei camuni era da Genova o da Bordeaux; gli emigranti poi raggiungevano la foce del San Lorenzo e percorrevano il fiume fino ai Grandi Laghi.
Da qui si recavano presso le miniere di Pittsburg.

La scelta del lavoro minerario è una conseguenza da una parte della presenza delle attività minerarie in Valcamonica, ma anche della evoluzione dell'economia camuna solo in questo settore per tutto l'Ottocento. Gli incidenti più drammatici si svolgono intorno alle miniere. Tra l'altro proprio nelle città dove per primi avevano vissuto gli emigranti della Valsaviore (3).

Dopo il 1918 l'emigrazione aumenta verso i paesi del centro Europa.
Inoltre si inaugurano i lavoro per i trafori dei passi alpini. La situazione divenne ancora una volta drammatica per la crisi economica seguita al crollo di Wall Street e al fallimento delle banche in Italia.

Ben centotredici uomini della Valsaviore si arruolarono per la guerra d'Etiopia, dal momento che non c'erano alternative occupazionali.
In questo periodo si diffuse il lavoro stagionale delle mondariso. In Valsaviore ancora nel 1958 c'erano venti mondariso.
Non sono da dimenticare le ragazze che si recavano presso le famiglie come domestiche, generalmente poco pagate e con un lavoro che durava tutta la giornata. Molte si sposavano lontano, tentando di ristabilire ai più presto un ambiente familiare.

Le leggi fasciste per il controllo dell'emigrazione rimasero in vigore fino al 1971 e, se anche non erano osservate, creavano intralci e difficoltà.
Si può affermare che tra il 1939 e il 1971 la popolazione della Valsaviore si è dimezzata.

Tale calo è contemporaneo alla fine dell'agricoltura e dell'allevamento, come pure alla fine dei lavori idroelettrici.
Nel secondo dopoguerra è cessato completamente l'esodo verso l'America, ma è rimasto quello verso la Svizzera e verso le principali città industriali del Nord.
Anche in questo caso si tratta di una emigrazione definitiva.

Contemporaneamente alla emigrazione si assiste per molti decenni del Novecento a una fiorente immigrazione di operai che lavorano alla costruzione delle centrali idroelettriche e a Forno d'Allione (4).

Accanto ad essi c'è anche il personale dirigente. Inoltre i lavori per la costruzione della ferrovia Brescia - Edolo spostano funzionari nelle diverse stazioni.
Una ultima forma di immigrazione è il turismo che riempie durante i mesi estivi le case che di solito sono vuote per il resto dell'anno.



3) Una serie di incidenti colpisce i residenti nella città di Starkvile:
31 gennaio 1900: Luscietti Giuseppe, di cinquant'un anni muore improvvisamente nella miniera.
17 giugno 1901. Pasinetti Martino fu Luigi di trentatré anni muore per lo scoppio di una caldaia a vapore. Era partito da casa due mesi prima.
25 gennaio 1902. Chiappini Vincenzo fu Bortolo di trent'anni muore schiacciato da un masso di carbon fossile. Con lui lavoravano i suoi tre fratelli.
Primo maggio 1903. Gozzi Francesco di anni 51 è schiacciato da un carico di carbone fossile.
Il 15 agosto 1905. Tiberti Girolamo fu Martino muore schiacciato da un masso di carbon fossile. Era partito da otto mesi.
2 giugno 1909: Davide Giacomo di Giovan Maria di quarantadue anni muore schiacciato da un masso.

4) Su Forno d'Allione rimando allo studio di FRANCESCO GINO FRATTINI, Storia dell'insediamento industriale di Forno d'Allione, Cedegolo 1993. Lo stabilimento segue la stessa logica della industrializzazione idroelettrica, non riuscendo a trasformarsi in nuove produzioni. Nel caso dello stabilimento di Forno c'è una continuità ideale con la produzione siderurgica dal momento che gli elettrodi erano ancora una volta destinati agli altiforni. Intorno a Forno d'Allione, soprattutto nel dopoguerra, si formò una comunità operaia che superò il migliaio di addetti. Tutto ciò incrementò i residenti sul fondovalle, soprattutto il paese di Demo.




Cevo


Cevo


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L'economia della Valsaviore nel Novecento

Nonostante la crisi della società ottocentesca, il Novecento, proprio ai suoi inizi, offrì una via di uscita attraverso la creazione delle centrali idroelettriche.
Questa soluzione, che parte dalla produzione di energia e dall'utilizzo della ruota ad acqua, riprende esattamente quello che era avvenuto un millennio prima con l'introduzione della stessa ruota per il mulino e per il maglio.

Ancora una volta la Valsaviore si è mossa con la produzione di energia e non con la semplice offerta di materie prime.
In realtà c'è una differenza tra l'utilizzo del 900 e quello del 1900.

Mentre l'antica ruota obbligava a impiegare l'energia immediatamente sul territorio, in quanto l'albero motore del mulino o del maglio era molto corto, nella produzione di energia elettrica il trasporto può essere fatto molto lontano, per cui poca energia fu usata su1 territorio e quindi non si creò una infrastruttura industriale così solida da innescare un vero sviluppo industriale.

Certo alcuni stabilimenti furono creati a partire dagli anni trenta, ma anch'essi non furono capaci di sostenere lo sviluppo delle tecnologie e furono prima o dopo chiusi.
Dal momento che un ciclo industriale è praticamente finito, c'è la possibilità di fare un bilancio su una economia che apparsa molto intensa, ma di breve durata e che, soprattutto, non ha innescato processi ulteriori.

In un certo senso, illudendosi in uno sviluppo infinito della nuova industria, quella idroelettrica, si dimenticò che era necessario ricercare altri campi di lavoro.
Certamente l'impegno diventa più difficile allorché, finita l'esperienza precedente, ci si trova a dover fronteggiare una situazione di emergenza.

Nel frattempo arrivava a conclusione tutta l'attività legata alla lavorazione dei metalli.
Un poco alla volta chiudevano le antiche officine, il forno fusorio di Berzo Demo cessava le sue attività.
In un certo senso l'industria idroelettrica rimase l'unica risorsa, cancellando le abilità precedenti.



Cevo


Cevo


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L'industria idroelettrica (5)

Una delle caratteristiche fondamentali della attività idroelettrica è il suo carattere sistemico.
Non si tratta di una attività settoriale, di qualche luogo deputato per le lavorazioni, ma già nella concezione originaria si parla di sfruttamento delle acque del bacino del Poglia, quindi coinvolgendo larga parte della Valsaviore.

Attraverso una serie di dighe, di gallerie, di centrali, si è formato un complesso molto ampio che da una parte offre la possibilità di ovviare a un handicap di queste centrali, la scarsità dell'acqua durante alcuni periodi dell'anno, e, inoltre, di rispondere alla potenzialità della grandezza delle strutture, delle condutture limitate dai brevi tratti di caduta.

Abbinando un sistema verticale, dagli alti laghi, facilitato dalla montagna scoscesa, a uno orizzontale, dal Miller al lago d'Arno, lo spostamento delle masse d'acqua ha reso più flessibile l'uso dell'energia potenziale.

L'introduzione dei lavori idroelettrici è stato facilitato dalle ascensioni, che nella seconda metà dell'Ottocento, interessano l'Adamello e le montagne circostanti.
Generalmente tale salite sono intraprese da comitive di tecnici milanesi e bresciani, guidate da guide della Valsaviore.

Mentre fino all'Ottocento non ci sono cartine dell'Adamelo, a partire da questo secolo si elaborano le mappe dell'Istituto geografico militare, in cui i dettagli sono giustificati dal fatto che la Valsaviore è un posto di frontiera.

Si deve sottolineare che tale attenzione per la regione alpina è promossa in modo particolare dal partito di Zanardelli, interessato a uno sviluppo dei territorio.
E' già stato rilevato l'interesse austriaco alla regione, che corrisponde allo stesso lavoro cartografico sull'altro versante del massiccio, ma anche all'investimento di capitali tedeschi nella società, ottenuti attraverso la Banca Commerciale e con l'acquisto di macchinari in Germania.

Nonostante i rischi delle grandi dighe, la presenza austriaca e tedesca, fino alla fine della seconda guerra mondiale, tutelò il patrimonio idroelettrico e non pensò mai a una sua distruzione.

L'iniziativa della istallazione partì da Milano, città nella quale l'ingegner Colombo aveva sperimentato la turbina e nel 1906, nel municipio di Cevo, si stabilisce il contratto che viene riportato più avanti.

Nel contratto tuttavia appare anche la presenza di personale bresciano, anche se per lungo tempo i due capitali rimasero separati e si può parlare di industrie idroelettriche di origine bresciana e di quelle di provenienza milanese.

La strategia con cui avvenne l'insediamento in Valsaviore ha alcuni lati oscuri.
Per quanto riguarda il comune di Cevo il verbale delle sedute riferisce di numerose riunioni del consiglio.

Alla fine il consiglio comunale accetta le condizioni della ditta che nel frattempo alza l'offerta.
Dalla lettura del testo appare una opera di convincimento dei consiglieri da parte della Società Generale Adamello.
Inoltre il contratto lascia aperta la possibilità di un utilizzo generalizzato delle aree le quali dovranno essere conteggiate a parte, ma non viene posto alcun vincolo ad un allargamento della attività della Società a tutto il territorio.

L'acquisizione delle aree dei privati non viene ricordata direttamente in questi contratti, ma fra le condizioni dei primi accordi c'è anche quella di tacitare i proprietari e gli affittuari della malghe e di ottenere dalla popolazione l'accettazione delle servitù.

Non è difficile comunque seguire la logica della trattativa per la quale aree, che avevano perso già il loro valore agricolo nel secolo precedente con il crollo della economia alpina, vengono pagate con una cifra molto superiore per cui l'accettazione è scontata.

In Valsaviore si raccontano anche metodi più sbrigativi, degni di un vero e proprio banditismo, nel caso che qualcuno non volesse accettare.
La preoccupazione dei comuni appare duplice.
Da una parte che non fosse interrotto il flusso dell'acqua per l'agricoltura e per le strutture artigianali e che si stabilissero degli stabilimenti che avrebbero potuto assorbire la mano d'opera della zona.

Per quanto riguarda le strutture artigianali esse furono messe fuori uso perché l'acqua fu incanalata nelle tubature delle condotte forzate e non si parlò più né di mulini né di fucine.
E' significativo che il luogo che resistette di più a tale sopraffazione fu Fresine in cui c'era una attività artigianale storica.
Per quanto riguarda gli stabilimenti ci sono della promesse della società che di fatto non si realizzarono.

I lavori di costruzione portarono al formarsi di una stratificazione che può essere così riassunta:
al vertice si trova il gruppo dirigente che risiedeva a Cedegolo con a capo il direttore, un ingegnere milanese.
C'erano inoltre gli addetti agli impianti, operai qualificati generalmente esterni alla Valcamonica.
Gli abitanti della Valsaviore si trasformarono in minatori, scalpellini, manovali.

Furono quest'ultimi, insieme agli emigranti del Veneto e della Valcamonica, che pagarono il costo maggiore dell'impianto della nuova industria.
In primo luogo nella costruzione delle strutture dove i continui incidenti produssero un numero rilevante di vittime.

Una volta finiti i lavori si creò una schiera di disoccupati e di ammalati di silicosi che nella Valsaviore fece più di trecento vittime.

L'ambiente poi si avvelenò per il criterio di assunzione che era manovrato da capi locali che alimentarono un clima di clientelismo in tutte le peggiori forme.
Inoltre si creò una disparità di condizioni per chi era costretto ad andare a lavorare nell'emigrazione o a fare il contadino e per chi aveva un posto vicino a casa.

Per quanto riguarda le condizioni di lavoro esiste la testimonianza di una persona al di sopra di ogni sospetto di simpatie socialiste, si tratta infatti di una lettera del podestà di Cevo al prefetto di Brescia:

"Posso solo dire che gli operai sono trattati senza alcuna umanità, specialmente quelli addetti alle gallerie in alta montagna. Le gallerie sono senza aria e gli operai sono costretti a lavorare nell'acqua senza stivaloni e senza alcun riparo per quella che scende sul loro capo e sulla schiena (gli stivaloni vengono tenuti in riserva per eventuali sopralluoghi): non parlo poi dei baraccamenti, delle brande e delle coperte ridotti in modo compassionevole. Naturalmente gli operai se ne guardano bene dal protestare apertamente perché verrebbero licenziati e per essi è già un privilegio quello di lavorare anche in quelle condizioni. E' già stato fatto qualche sopralluogo da parte della autorità sindacali, ma quando le commissioni arrivano nei cantieri, se pure arrivano si è rimediato alla meglio. Questo in ogni modo è certo: le commissioni hanno ottenuto quello che ha ottenuto anche il comune: nulla".

Il Podestà aveva poco prima affermato:

"la società se ne infischia (perdoni la parola) sia del comune che dei suoi abitanti, preoccupata solo di fare i propri comodi".

La società ebbe una serie di evoluzioni dalla Società Generale elettrica dell'Adamello alla Cisalpina, alla Edison e all'Enel.
Tali sviluppi seguirono il cammino del capitalismo italiano e del suo confluire negli anni sessanta nel capitalismo di stato.
L'Enel dagli anni sessanta intraprese una razionalizzazione che orientò tutto il sistema del Poglia sulla centrale di san Fiorano.

Ampliando il sistema della gallerie, l'acqua attraversa la Valsaviore, ma salvo due piccolissime centrali, non produce più nemmeno nella Valle.
In questo caso l'industria idroelettrica non riguarda più l'economia locale.

Sono rimasti i contributi dati dagli enti elettrici ad una zona che deve ricostruirsi dopo i danni al territorio causati da una totale mancanza di rispetto delle condizioni di un ecosistema fragile come quello alpino.

La fine di questa industria può lasciare colpiti per la grandezza degli impianti, per la complessità del sistema messo in atto che fa pensare a lontani grandi monumenti come le piramidi, ma l'ammirazione per le soluzioni tecnologiche non può far dimenticare come intorno a questi manufatti si è distrutto forse in modo definitivo un tessuto naturale e sociale che era durato millenni.



5) Dal momento che su tutta l'industria idroelettrica sono usciti contributi eccellenti, soprattutto quelli di Franco Pelostato e di Andrea Belotti, rimando ad essi per una descrizione di tutta la struttura dei lavori eseguiti a partire dai primi anni del Novecento. La mia esposizione è orientata a cogliere l'aspetto storico e le implicazioni sociali e politiche dell'attività industriale.



Cevo


Cevo


Cevo



Documenti sulla industria idroelettrica

Il primo accordo per stabilire l'industria idroelettrica col comune di Cevo (6)

"17 gennaio 1906. Cessione d'area intorno al lago d'Arno. Nell'ufficio Comunale di Cevo oggi 17 gennaio 1906 ore 11 debitamente convocati a norma di legge intervennero i signori:
Comincioli Felice, Sindaco, possidente, Casalini Siro, Zonta Domenico, Biondi Antonio, Bazzana Domenico, assessori; Biondi Pietro Emilio, Cervelli Pietro, Maffezzoli Antonio, Monella Luigi, Ragazzoli Bernardo, Scolari Giovanni e Scolari Pietro, assiste il segretario comunale Angelo Bazzana, assenti numero 3 consiglieri: Matti, Bazzana e Sibilia...

Il Presidente fa dar lettura dal segretario della lettera 12 corrente con la quale il Sig. Ing. P. Calzoni di Brescia invita il comune a cedergli... una parte dell'area intorno allago d'Arno per corrispettivo di L. 10.000 oltre il lavoro necessario per praticare il canale di scolo della Goia cosiddetta Stagno d'Arno.

In seguito si chiedono spiegazioni al rappresentante del richiedente Sig. nob. Arici Avv. Pietro ed al ing. Pedercini.

Dopo, questi due ultimi si ritirano dall'aula e diversi consiglieri prendono la parola.
In fine a lunga e seria discussione il presidente propone il seguente ordine del giorno il Consiglio Comunale di Cevo delibera di vendere all'Ing. Pietro Calzoni...

parte delle aree in comune di Cevo in mappa ai n. 5410.5413.5404 e cioè tutta quella parte di detta area, intorno al lago d'Arno di sua proprietà compresa tra l'attuale livello del lago e quello della soglia della casa Zitti, detta della Finanza, eretta su parte del mappale n. 5408 di proprietà del Comune di Cimbergo...

il compratore si obbliga di riattare o ricostruire a nuovo il canale di scolo della Goia (Stagno d'Arno) nel modo che l'acqua vi possa defluire liberamente continuamente. Inoltre di costruire... una nuova cascina uso stalla per riparo del bestiame...

il comune si riserva il diritto di pascolare la zona ceduta qualora non venga chiusa da steccato o da muraglia.
Il comune si riserva il diritto ab antico di trasportare il proprio legname ed altro a mezzo di zattere o barche sul lago e fino all'emissario.
Messo ai voti per alzata e seduta si ottiene l'esito seguente: votanti n. 12 favorevoli alla cessione voti 8, contrari voti 4.



6) ARCHIVIO STORICO COMUNALE DI CEVO, ad annum.



Il secondo accordo per l'istallazione dell'industria idroelettrica col comune di Grevo
(7)
"3 maggio 1907.
Nella persona del Sig. Sindaco Rizzi D.r Giacomo presenti gli assessori:
Moraschetti Domenico, Minici Filastrio, Gelmi Domenico, Maffeis Stefano...
sulla domanda verbale fatta dalla ditta Stucchi o chi per essa per il passaggio del canale derivatore dell'acqua del torrente Poglia.

La Giunta Municipale... udita la domanda verbale avanzata dal rappresentante la ditta Com. Augusto Stucchi di Milano... visto il decreto di concessione 10 luglio 1906...
fatta riserva ad ogni danno che durante l'esecuzione dell'opera in seguito per il fatto di essa venisse arrecato alla proprietà;
riservato il diritto degli aventi l'uso jusplandandi in quanto il canale attraversa dei castagneti soggetti a tali servitù.., la Giunta... delibera di acconsentire alla costruzione del canale derivatore per la condotta dell'acqua... alle seguenti condizioni

1. Che sia consegnato al Comune quale compenso dell'occupazione del terreno comunale L 1.00 al metro

2. Un compenso per il diritto di passaggio o concessione la somma una volta tanto di L. 25.000.

3. Che la ditta concessionaria si obblighi a fornire a Cedegolo e a Grevo la illuminazione pubblica gratuita di non meno di 15 lampade...

4. Che la stessa si obblighi costruire senza eccezione nell'ambito del Comune uno stabilimento industriale capace di impiegare non meno di 600 operai.

5. Che a prezzo di favore sia accordata la illuminazione privata a Grevo e a Cedegolo.

6. Che sia finalmente concesso al Comune gratuitamente n. 10 cavalli di forza per le industrie locali".



7) ARCHIVIO STORICO COMUNALE DI CEVO, ad annum.






Cevo


Cevo


Cevo




conca del lago d'Arno

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Last updated 12.10.2006