L'industria idroelettrica (5)
Una delle caratteristiche fondamentali della attività idroelettrica è il suo carattere sistemico.
Non si tratta di una attività settoriale, di qualche luogo deputato per le lavorazioni, ma già nella concezione originaria si parla di sfruttamento delle acque del bacino del Poglia, quindi coinvolgendo larga parte della Valsaviore.
Attraverso una serie di dighe, di gallerie, di centrali, si è formato un complesso molto ampio che da una parte offre la possibilità di ovviare a un handicap di queste centrali, la scarsità dell'acqua durante alcuni periodi dell'anno, e, inoltre, di rispondere alla potenzialità della grandezza delle strutture, delle condutture limitate dai brevi tratti di caduta.
Abbinando un sistema verticale, dagli alti laghi, facilitato dalla montagna scoscesa, a uno orizzontale, dal Miller al lago d'Arno, lo spostamento delle masse d'acqua ha reso più flessibile l'uso dell'energia potenziale.
L'introduzione dei lavori idroelettrici è stato facilitato dalle ascensioni, che nella seconda metà dell'Ottocento, interessano l'Adamello e le montagne circostanti.
Generalmente tale salite sono intraprese da comitive di tecnici milanesi e bresciani, guidate da guide della Valsaviore.
Mentre fino all'Ottocento non ci sono cartine dell'Adamelo, a partire da questo secolo si elaborano le mappe dell'Istituto geografico militare, in cui i dettagli sono giustificati dal fatto che la Valsaviore è un posto di frontiera.
Si deve sottolineare che tale attenzione per la regione alpina è promossa in modo particolare dal partito di Zanardelli, interessato a uno sviluppo dei territorio.
E' già stato rilevato l'interesse austriaco alla regione, che corrisponde allo stesso lavoro cartografico sull'altro versante del massiccio, ma anche all'investimento di capitali tedeschi nella società, ottenuti attraverso la Banca Commerciale e con l'acquisto di macchinari in Germania.
Nonostante i rischi delle grandi dighe, la presenza austriaca e tedesca, fino alla fine della seconda guerra mondiale, tutelò il patrimonio idroelettrico e non pensò mai a una sua distruzione.
L'iniziativa della istallazione partì da Milano, città nella quale l'ingegner Colombo aveva sperimentato la turbina e nel 1906, nel municipio di Cevo, si stabilisce il contratto che viene riportato più avanti.
Nel contratto tuttavia appare anche la presenza di personale bresciano, anche se per lungo tempo i due capitali rimasero separati e si può parlare di industrie idroelettriche di origine bresciana e di quelle di provenienza milanese.
La strategia con cui avvenne l'insediamento in Valsaviore ha alcuni lati oscuri.
Per quanto riguarda il comune di Cevo il verbale delle sedute riferisce di numerose riunioni del consiglio.
Alla fine il consiglio comunale accetta le condizioni della ditta che nel frattempo alza l'offerta.
Dalla lettura del testo appare una opera di convincimento dei consiglieri da parte della Società Generale Adamello.
Inoltre il contratto lascia aperta la possibilità di un utilizzo generalizzato delle aree le quali dovranno essere conteggiate a parte, ma non viene posto alcun vincolo ad un allargamento della attività della Società a tutto il territorio.
L'acquisizione delle aree dei privati non viene ricordata direttamente in questi contratti, ma fra le condizioni dei primi accordi c'è anche quella di tacitare i proprietari e gli affittuari della malghe e di ottenere dalla popolazione l'accettazione delle servitù.
Non è difficile comunque seguire la logica della trattativa per la quale aree, che avevano perso già il loro valore agricolo nel secolo precedente con il crollo della economia alpina, vengono pagate con una cifra molto superiore per cui l'accettazione è scontata.
In Valsaviore si raccontano anche metodi più sbrigativi, degni di un vero e proprio banditismo, nel caso che qualcuno non volesse accettare.
La preoccupazione dei comuni appare duplice.
Da una parte che non fosse interrotto il flusso dell'acqua per l'agricoltura e per le strutture artigianali e che si stabilissero degli stabilimenti che avrebbero potuto assorbire la mano d'opera della zona.
Per quanto riguarda le strutture artigianali esse furono messe fuori uso perché l'acqua fu incanalata nelle tubature delle condotte forzate e non si parlò più né di mulini né di fucine.
E' significativo che il luogo che resistette di più a tale sopraffazione fu Fresine in cui c'era una attività artigianale storica.
Per quanto riguarda gli stabilimenti ci sono della promesse della società che di fatto non si realizzarono.
I lavori di costruzione portarono al formarsi di una stratificazione che può essere così riassunta:
al vertice si trova il gruppo dirigente che risiedeva a Cedegolo con a capo il direttore, un ingegnere milanese.
C'erano inoltre gli addetti agli impianti, operai qualificati generalmente esterni alla Valcamonica.
Gli abitanti della Valsaviore si trasformarono in minatori, scalpellini, manovali.
Furono quest'ultimi, insieme agli emigranti del Veneto e della Valcamonica, che pagarono il costo maggiore dell'impianto della nuova industria.
In primo luogo nella costruzione delle strutture dove i continui incidenti produssero un numero rilevante di vittime.
Una volta finiti i lavori si creò una schiera di disoccupati e di ammalati di silicosi che nella Valsaviore fece più di trecento vittime.
L'ambiente poi si avvelenò per il criterio di assunzione che era manovrato da capi locali che alimentarono un clima di clientelismo in tutte le peggiori forme.
Inoltre si creò una disparità di condizioni per chi era costretto ad andare a lavorare nell'emigrazione o a fare il contadino e per chi aveva un posto vicino a casa.
Per quanto riguarda le condizioni di lavoro esiste la testimonianza di una persona al di sopra di ogni sospetto di simpatie socialiste, si tratta infatti di una lettera del podestà di Cevo al prefetto di Brescia:
"Posso solo dire che gli operai sono trattati senza alcuna umanità, specialmente quelli addetti alle gallerie in alta montagna. Le gallerie sono senza aria e gli operai sono costretti a lavorare nell'acqua senza stivaloni e senza alcun riparo per quella che scende sul loro capo e sulla schiena (gli stivaloni vengono tenuti in riserva per eventuali sopralluoghi): non parlo poi dei baraccamenti, delle brande e delle coperte ridotti in modo compassionevole. Naturalmente gli operai se ne guardano bene dal protestare apertamente perché verrebbero licenziati e per essi è già un privilegio quello di lavorare anche in quelle condizioni. E' già stato fatto qualche sopralluogo da parte della autorità sindacali, ma quando le commissioni arrivano nei cantieri, se pure arrivano si è rimediato alla meglio. Questo in ogni modo è certo: le commissioni hanno ottenuto quello che ha ottenuto anche il comune: nulla".
Il Podestà aveva poco prima affermato:
"la società se ne infischia (perdoni la parola) sia del comune che dei suoi abitanti, preoccupata solo di fare i propri comodi".
La società ebbe una serie di evoluzioni dalla Società Generale elettrica dell'Adamello alla Cisalpina, alla Edison e all'Enel.
Tali sviluppi seguirono il cammino del capitalismo italiano e del suo confluire negli anni sessanta nel capitalismo di stato.
L'Enel dagli anni sessanta intraprese una razionalizzazione che orientò tutto il sistema del Poglia sulla centrale di san Fiorano.
Ampliando il sistema della gallerie, l'acqua attraversa la Valsaviore, ma salvo due piccolissime centrali, non produce più nemmeno nella Valle.
In questo caso l'industria idroelettrica non riguarda più l'economia locale.
Sono rimasti i contributi dati dagli enti elettrici ad una zona che deve ricostruirsi dopo i danni al territorio causati da una totale mancanza di rispetto delle condizioni di un ecosistema fragile come quello alpino.
La fine di questa industria può lasciare colpiti per la grandezza degli impianti, per la complessità del sistema messo in atto che fa pensare a lontani grandi monumenti come le piramidi, ma l'ammirazione per le soluzioni tecnologiche non può far dimenticare come intorno a questi manufatti si è distrutto forse in modo definitivo un tessuto naturale e sociale che era durato millenni.
5) Dal momento che su tutta l'industria idroelettrica sono usciti contributi eccellenti, soprattutto quelli di Franco Pelostato e di Andrea Belotti, rimando ad essi per una descrizione di tutta la struttura dei lavori eseguiti a partire dai primi anni del Novecento. La mia esposizione è orientata a cogliere l'aspetto storico e le implicazioni sociali e politiche dell'attività industriale.
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